Se l’Islanda tiene Bruxelles a debita distanza

by azione azione
9 Settembre 2026

Alla fine in Islanda ha vinto il «no» alla ripresa dei negoziati di adesione all’Ue a con il 52,8% dei consensi e un’affluenza altissima – oltre l’80% – che conferma la sconfitta del Governo progressista che, nel mezzo delle mire americane per l’Artico e la perenne minaccia della Russia, aveva pensato che l’Europa potesse essere un buon rifugio. Il quesito non chiedeva un’adesione diretta, ma se riaprire o no i negoziati con Bruxelles; un secondo referendum sarebbe stato necessario una volta raggiunto un eventuale accordo.

Questa scelta, secondo alcuni osservatori, ha finito per avvantaggiare il fronte del «no»: un voto favorevole equivaleva in sostanza a un «sì, forse», e infatti lo slogan della campagna dei pro, «Já til as sjá» (sì, per vedere) è apparso vago di fronte ai toni più aggressivi usati dagli avversari. La campagna dei contrari, meglio finanziata, ha costruito il proprio successo attorno a due pilastri radicati nell’identità nazionale di quest’isola con 400 mila abitanti: la pesca e l’agricoltura. Diceva che l’adesione all’Ue avrebbe trasformato l’Islanda in un «villaggio di pesca senza quote», esponendo il settore ittico al controllo di società straniere. Se sentite un sapore di Brexit, con le infinite discussioni sulle capesante e gli eglefini, è perché in effetti le tattiche utilizzate sono state simili. Negli ultimi anni poi gli islandesi hanno guardato con preoccupazione crescente ai tagli alle quote di pesca subiti dall’Irlanda, Paese membro dell’Ue, che hanno colpito duro le comunità costiere irlandesi: un monito, per molti islandesi, di quanto potesse costare l’adesione all’Ue.

Netta frattura geografica

Il voto ha rivelato anche una netta frattura geografica: nella capitale Reykjavík ha prevalso il fronte favorevole a riaprire i negoziati, mentre nel resto del Paese, in gran parte rurale, ha vinto nettamente il «no»; anche questa spaccatura sa molto di Brexit. La premier islandese, Kristrún Frostadóttir, che si era schierata a favore della ripresa dei colloqui, ha comunque parlato di un risultato positivo per la tenuta democratica del Paese, sottolineando l’importanza di aver portato la questione al voto popolare. Ma alcuni sostenitori del «sì» hanno denunciato campagne di disinformazione – proprio come per la Brexit, di nuovo – che rappresentano un caso di studio utile per tutti i Paesi, visto che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale è stato brutale. Ma a parte le ingerenze, la campagna europeista è stata cauta e prudente, come spesso accade ai sostenitori dell’Europa, mentre il «no» ha mobilitato il senso di identità nazionale, da sempre legato alla pesca. Sullo sfondo del voto si è mossa anche la geopolitica.

L’instabilità internazionale, l’imprevedibilità dell’Amministrazione Trump e le sue ripetute minacce nei confronti della Groenlandia – vicina di casa dell’Islanda, il presidente americano le confonde spesso – hanno alimentato in parte dell’elettorato la percezione dell’Ue come possibile garante di sicurezza. Le battute attribuite a Billy Long, indicato come nuovo ambasciatore americano a Reykjavík, sulla possibilità che l’Islanda diventasse il «cinquantaduesimo Stato» degli Usa (si è poi scusato) non hanno fatto altro che aumentare la paura. L’Islanda fa parte della Nato ma è priva di forze armate proprie, dipende quasi interamente dagli alleati, Stati Uniti in testa, per la propria difesa: in questo momento l’Ue sembra garantire maggiore protezione, ma evidentemente non abbastanza. Bruxelles aveva sperato in un esito diverso per rilanciare la causa dell’allargamento con l’adesione di un Paese occidentale ricco e stabile, a dieci anni esatti dalla Brexit. Un portavoce del presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha comunque ribadito che l’Islanda «resta uno dei partner più stretti e affidabili dell’Ue», ricordando che il Paese è già profondamente integrato nell’economia europea attraverso lo Spazio economico europeo e l’area Schengen.

Una strada per il Regno Unito

Insomma, questo voto islandese mostra una strada per il Regno Unito, se davvero dovesse voler rimettere un piede in Europa, ma allo stesso tempo lancia un segnale non rassicurante al resto dell’Europa: per i Paesi più poveri il percorso di adesione è lungo, complicato e in qualche caso doloroso; per i Paesi più ricchi è conveniente restare con un assetto leggero, prendendo il mercato unico europeo ma non il legame politico. Era il famoso «cherry picking» che volevano fare i britannici e che l’Ue ha respinto, perché se ognuno sceglie solo la versione che gli fa comodo, si finisce per annichilire l’Unione.