L’etica come bussola dell’azione politica

by azione azione
9 Settembre 2026

C’è stato un periodo, intorno agli anni 90 del secolo scorso, in cui il rapporto tra l’etica e la politica alimentava dotte disquisizioni, tra filosofi morali ma non solo. Se ne parlava nei simposi, nei consessi dei partiti, e ovviamente su giornali e riviste. Alla biblioteca di Locarno il direttore Antonio Spadafora organizzava impegnativi incontri sul tema, con relatori del calibro di Salvatore Veca, Remo Bodei, Eugenio Lecaldano, Sebastiano Maffettone, Mario Vegetti. Stimoli e suggerimenti giungevano anche da periodici come «Cenobio», «Dialoghi» e dalla commissione Justitia et Pax. Notevole diffusione, specie nelle scuole, ebbero i trattatelli dello spagnolo Fernando Savater, Etica per un figlio e Politica per un figlio, entrambi tradotti in italiano dall’editore Laterza.

In seguito la discussione si è estesa ad altri ambiti, considerati più urgenti, come le tecnologie riproduttive, la genetica, lo statuto dell’embrione, il fine vita. L’etica diventava bioetica. L’etica pubblica ha quindi lasciato il proscenio. E bisogna dire con grande e generale sollievo, dato che maneggiare la materia non era impresa facile, troppo alto il rischio di scivolare nel moralismo (con la possibilità di vedersi ritorcere l’accusa). Gli ultimi casi che hanno coinvolto alcuni esponenti della nostra «classe politica» (e pure, ahimè, parte della magistratura) hanno innescato reazioni contrastanti. Subito i canali sociali hanno emesso le loro sentenze, e senza indugiare troppo, senza aspettare eventuali pentimenti o attenuanti. C’è chi ha condannato senz’appello, chi ha giustificato e chi perdonato. Da un lato gli intransigenti e gli indignati, dall’altro gli indulgenti.

Il comune sentire

Tutte reazioni legittime? Non proprio, giacché nei casi specifici siamo in presenza di violazioni di norme e leggi, non di comportamenti che possono urtare la sensibilità, il «comune sentire». I reati hanno come effetto inchieste e alla fine della procedura sanzioni. Non di questo si occupa l’etica. Che però entra in scena quando la persona sotto accusa evita di trarre le auspicate conseguenze dai suoi atti. È nota la distinzione, proposta nel 1919 dal sociologo tedesco Max Weber, tra l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità. La prima è assoluta e non ritiene di render conto a chicchessia delle sue azioni; la seconda insiste invece sulle conseguenze di un determinato atto e dunque sul dovere di «rispondere» alla pubblica opinione. La differenza risiede nella «risposta», che il primo atteggiamento non contempla.

L’etica riguarda insomma la condotta di chi occupa una carica pubblica. Non è materia per avvocati e tribunali, perché interroga in primo luogo la coscienza del singolo individuo. Cosa sarebbero le nostre istituzioni, il nostro apparato statale se politici, amministratori e funzionari ritenessero di poter fare a meno di una bussola morale, per affidarsi unicamente al tornaconto personale? Sarebbe la fine di ogni aspirazione al buon governo, alla politica che ancora beneficia di un qualche credito, al capitale di fiducia che, nonostante tutto, resiste.

Tra arroganza ed egotismo dilagante

L’etica applicata alla politica è dunque necessaria, pena la perdita di ogni cartello orientativo. E tuttavia la sua missione incontra asperità di ogni genere, dentro una stagione impregnata del peggior machiavellismo: arroganza, egotismo dilagante, sprezzo per le più elementari norme di buon senso. Anche la coscienza individuale guarda viepiù all’appuntamento elettorale: gli scrupoli morali evaporano, contano solo i voti raccolti. È come dire: l’etica non serve, è un orpello, è solo un passatempo per anime belle e un argomento per teologi. Ora trionfa il realismo politico, in un’era dominata da un’unica fauna rapace, quella guidata da falchi, lupi e volpi. Viviamo i tempi della violenza e dell’astuzia, disposizioni d’animo spacciate come virtù.

Contrastare queste derive richiede un’attenzione costante, il ricorso ad un’attrezzatura critica sempre vigile. L’onnipresenza e l’invadenza dei canali sociali hanno generato un inebriante caleidoscopio di parole, suoni e filmati in cui non è facile individuare il bandolo della matassa, distinguere – come recita il sottotitolo di un volume dello storico Carlo Ginzburg, recentemente scomparso – il vero dal falso e dal finto. Anche questa operazione appartiene al campo dell’etica.