E così, al termine di un’estate bizzosa, abbiamo il nostro ministro indagato: ancora formalmente in carica, ma ormai depotenziato dai colleghi di governo. Ora è sotto la lente per presunti reati «contro l’integrità sessuale», prima lo era per altre vicende forse legate a questo filone. Cosa sta succedendo?
Stiamo assistendo alla rovinosa caduta di un politico in vista, già giudice in vista, esponente di spicco di un partito in vista ma un po’ in declino, travolto da vicende ben più gravi di un arrocco di dipartimenti fra consiglieri di Stato della stessa famiglia politica o di un’imbarazzante infrazione automobilistica del collega di partito, capace di tenere sulle spine Governo e Polizia. Romanzetti rosa, a pensarci oggi.
L’elenco delle accuse a Claudio Zali si allunga quasi ogni giorno da quando, in luglio, sono emerse registrazioni audio nelle quali usava uno slang da capobanda che impartisce lezioni di (mala)vita a un’amica particolare, riluttante di fronte all’invito a riempire, o far riempire, di botte un’altra donna. Poi la vicenda precipita: la stessa signora che conversava con lui nelle registrazioni denuncia di essere stata aggredita da uno sconosciuto e, pochi giorni dopo, muore annegata nel Ceresio. E bum, eccolo servito, il giallo estivo ticinese, suscettibile di nuovi sviluppi anche dopo la stesura di questo articolo.
Da estimatore del genere «crime», questa congerie di fatti e fattacci mi sembra partorita dalla mente di un navigato narratore. C’è un uomo di potere dagli occhi di ghiaccio e i modi asciutti, rispettato, temuto e avversato perché considerato piuttosto libero dai condizionamenti di partito. Uno su cui già si chiacchierava per il caso del quattordicenne detenuto alla Farera, figlio di una sua conoscente. Un interessamento personale che lo portò a convocare magistratura e alti funzionari e gli è poi valso un’inchiesta per abuso di autorità e tentata coazione.
C’è poi un’e-mail del 2020 nella quale Zali chiedeva all’allora presidente dell’ente ospedaliero cantonale, EOC, Paolo Sanvido, con copia al consigliere di Stato Raffaele De Rosa, di favorire l’assunzione della stessa donna al centro delle registrazioni suggerendo il licenziamento di «uno dei frontalieri di cui l’EOC è farcito come un cannolo alla crema». E, soprattutto, ci sono le donne che frequentava, in lite fra loro, forse anche a causa sua, l’oggetto del contendere amoroso. Se aggiungete un Ticino prossimo alle elezioni di aprile, le voci secondo cui la presenza di Zali avrebbe complicato futuri riassetti nella destra cantonale e il ricordo di un recente periodo, diciamo così, opaco della magistratura cantonticinese, il quadro si presta a teoremi da serie Netflix. Ricatti e guerre tra ex, attrazione per donne in difficoltà, killer assoldati a Milano per far tacere chi parla troppo, vendette politiche a orologeria servite sul vassoio della cronaca ruggente.
Sorvoliamo sui silenzi governativi, attribuiti a seconda dei punti di vista a prudenza, imbarazzo o perfino viltà, e sui facilissimi «crucifige» rivolti a una figura ormai politicamente compromessa. Qui finisce il film e comincia il lavoro della giustizia. Occorre capire che cosa abbia fatto e che cosa non abbia fatto Zali, se la morte della donna delle registrazioni abbia un collegamento con questa vicenda e, in caso affermativo, quale. Occorre sapere se le sue segnalazioni siano state prese sul serio dalle autorità competenti. E capire se, in Governo o nel suo partito, qualcuno fosse a conoscenza di comportamenti illegali per chiunque, tanto più incompatibili con il suo ruolo istituzionale, e se abbia mosso un dito per fermarli.
Una solida valutazione umana del personaggio e politica della classe dirigente sarà possibile solo dopo aver risposto a questi interrogativi. Poi sì, a bocce ferme, ben venga un genio del genere noir che prenda in mano la storia e la trasformi in un giallo come si deve.