Mondoanimale ◆ La scienza insegna che non c’è amicizia tra spugna e stella marina
Nel silenzio assoluto degli abissi, dove la luce non arriva e la pressione è estrema, ogni incontro tra organismi può raccontare una storia di sopravvivenza. È proprio in questo scenario remoto e inospitale che una semplice immagine ha acceso la curiosità di scienziati e pubblico, trasformandosi rapidamente in un piccolo caso mediatico. A quasi duemila metri di profondità, nel buio dell’Oceano Atlantico, una spugna marina gialla e una stella marina rosa sono state osservate adagiate l’una accanto all’altra sul fondale, creando un contrasto cromatico sorprendente che cattura immediatamente lo sguardo. La superficie porosa della spugna, dalla forma irregolare e leggermente allungata, sembra filtrare silenziosamente l’acqua circostante, mentre la stella marina, con le sue braccia distese e morbide, appare posizionata accanto ad essa in un equilibrio sospeso tra quiete e potenziale movimento.
Quest’immagine è stata raccolta nel 2021 durante una spedizione della National Oceanic and Atmospheric Administration sul monte sottomarino Retriever, ed è diventata virale per la sorprendente somiglianza con i celebri personaggi di SpongeBob e Patrick. Ma al di là dell’aspetto curioso, quella fotografia racconta una storia molto più complessa, fatta di adattamenti, sopravvivenza e relazioni ecologiche tipiche degli ambienti più estremi del pianeta. A sottolinearlo è il biologo marino Christopher Mah, secondo cui «la vicinanza tra i due organismi potrebbe non essere casuale. Le stelle marine, infatti, non sono creature passive come spesso si immagina: molte specie sono predatori opportunisti e si nutrono di una grande varietà di organismi bentonici, comprese le spugne». A suffragio delle convinzioni scientifiche di Mah, altri studi pubblicati sul Journal of the Marine Biological Association descrivono proprio questa dieta flessibile, soprattutto nelle specie che vivono nei fondali profondi.
La spugna osservata, appartenente al genere Hertwigia, fa parte del phylum Porifera, uno dei gruppi animali più antichi sulla Terra. Per meglio comprendere questo connubio di convenienza, bisogna fare un passo indietro e ricordare che, nonostante l’apparente semplicità, le spugne sono organismi altamente specializzati: «Esse filtrano grandi quantità d’acqua, contribuendo al ciclo dei nutrienti, e producono sofisticati composti chimici per difendersi dai predatori». Ricerche sostenute dai National Institutes of Health e pubblicate sulla rivista Marine Drugs evidenziano come queste sostanze possano avere proprietà antibatteriche e persino antitumorali: «Proprio per queste caratteristiche, le spugne marine sono oggi oggetto di grande interesse nella ricerca biomedica». Eppure, queste difese non sempre bastano. Lo spiegano gli studi del Woods Hole Oceanographic Institution: «Le comunità abissali sono caratterizzate da una forte competizione e da relazioni trofiche opportunistiche». In altre parole: «Ciò che è disponibile diventa potenzialmente cibo. A queste profondità, che superano i 1800 metri, la temperatura si aggira intorno ai 2-4 gradi e la luce solare è completamente assente. Gli organismi che vivono qui hanno sviluppato adattamenti unici, come metabolismi lenti e strategie alimentari flessibili». Se da un lato il confronto con i personaggi dei cartoni animati rende la scena immediatamente riconoscibile, dall’altro rischia di semplificare una realtà biologica ben più complessa: «Negli abissi non esistono amicizie, ma equilibri dinamici regolati dalla necessità di sopravvivere». È proprio in questo contesto che l’ipotesi di una predazione prende forza e, secondo Christopher Mah, «la stella marina potrebbe essere stata sul punto di nutrirsi della spugna, anche se un’immagine statica non consente di confermarlo con certezza».
