Le donne, ma anche le persone con disabilità fisiche devono fare i conti quotidianamente con un mondo che non sembra essere stato costruito e arredato anche per loro. Parla la saggista Chiara Alessi
Gli oggetti che ci circondano, dalle sedie ai dispositivi di sicurezza, passando per i telefoni cellulari e gli strumenti musicali, non sono «neutri», non vanno cioè bene per tutti nello stesso modo. Possono risultare scomodi quando ci si siede e li si allaccia, oppure difficili da tenere in mano e da suonare. Sono, in particolare, le persone con esigenze diverse, come quelle con disabilità fisiche, a dovere fare i conti quotidianamente con un mondo che non sembra essere stato costruito e arredato anche per loro. Ma non sono le uniche. Le donne (metà della popolazione mondiale) possono faticare ad abitare spazi e a usare oggetti considerati adatti a «tutti». Aiuta a riflettere sulla storia, sull’uso e sulla dimensione politica degli oggetti, che costringono il corpo femminile ad adeguarsi a misure non universali, un libro appena pubblicato, intitolato La sedia del sadico. Il design sul corpo delle donne (Laterza) di Chiara Alessi, critica e storica del design, autrice di diversi saggi.
Chiara Alessi, perché questo titolo, La sedia del sadico?
Si tratta di una citazione di Donald Norman, psicologo e ingegnere statunitense, che negli anni Ottanta ha scritto una «bibbia» del design, ancora oggi presente nella maggior parte delle bibliografie dei corsi di studio. Il titolo originale del saggio di Norman era The psichology of everyday things ma, quando è stato tradotto in italiano, è diventato La caffettiera del masochista. È un testo importante perché ha messo l’attenzione su chi usa gli oggetti più che su chi li progetta, e su come ci si adatti a una specie di congiura del silenzio, un accordo, più o meno esplicito, di tacere sui loro malfunzionamenti. Io ho cercato di allargare ulteriormente la prospettiva, concentrandomi sul fatto che esistono luoghi e oggetti che rinforzano la gerarchia tra progettista e utenti, considerando, nello specifico, i corpi femminili. Nel titolo mi riferisco alla sedia ginecologica (che non è mai stata migliorata nei decenni) e a un esperimento di design che mette in discussione la sua comodità e il fastidio che provoca.
Dal suo libro emerge che gli oggetti non sono neutri. Come possiamo accorgercene?
Possiamo riflettere sul modo in cui vengono usati. Ci sono oggetti utilizzati diversamente dallo scopo per cui sono stati progettati, le cui funzioni vengono migliorate o peggiorate. Un classico esempio è il coltello: può essere usato sia per ferire qualcuno sia, ad esempio, per tagliare il pane e dare da mangiare agli altri, oppure per costruire qualcosa. Possiamo anche ritrovarci con oggetti ideati per cambiare in meglio le nostre vite, ma che le peggiorano. Nel mio libro, per esempio, faccio riferimento ai dispositivi di contraccezione femminile come la spirale, a come siano diventati strumenti di liberazione per certe donne e, allo stesso tempo, mezzi di controllo per altre, contribuendo alle sterilizzazioni di massa. O ancora, oggetti rivoluzionari come la coppetta mestruale, ottima soluzione per alcune, ma per altre, nelle aree dove ad esempio l’accesso all’acqua è limitato, problematica. Langdon Winner, nel suo studio del 1980, Do Artifacts Have Politics?, si chiedeva se gli artefatti avessero una funzione politica dopo essersi reso conto che una serie di cavalcavia costruiti tra gli anni Venti e Sessanta, che conducevano a Long Island da New York, erano più bassi che nel resto del Paese. La differenza penalizzava l’accesso alle spiagge delle minoranze etniche a favore dei bianchi che avevano l’automobile.
Le donne si sono spesso dovute arrangiare con oggetti scomodi e poco funzionali. Oltre alla sedia ginecologica, ci fa qualche altro esempio?
Durante l’epoca del Covid le mascherine, nel caso delle donne, spesso non superavano il fit test, cioè non risultavano perfettamente aderenti al volto, costringendo molte a dover fare un doppio giro dietro le orecchie e a trovare altre soluzioni per farsele andare bene. E questo perché erano state concepite per un corpo maschile, nonostante la maggior parte di chi faceva un lavoro di prossimità con i malati fosse di genere femminile (pensiamo alle infermiere, esposte quindi a un rischio maggiore rispetto ai loro colleghi). Un altro esempio riguarda i giubbotti antiproiettile, per le forze dell’ordine, che non sono certo pensati per corpi con il seno o con una conformazione del busto diversa da quella «standard».
A proposito di indumenti di lavoro, lei cita la designer svizzera Lena Bernasconi. In che modo la sua ricerca sposta la prospettiva di «neutralità» degli oggetti?
Lena Bernasconi si è interrogata sul sessismo degli oggetti, partendo da Caroline Criado Perez, con il saggio Invisibili, ma anche da Karin Erenberger, o Rebekka Endler, e poi intervistando direttamente le donne artigiane per capire quali fossero le loro esigenze sul lavoro. Nella sua ricerca ci mostra come gli indumenti per mestieri considerati erroneamente maschili penalizzino le donne, costringendole in abiti scomodi, non previsti per i loro corpi, danneggiando le loro performance. Con le interviste ha individuato i problemi e poi ha realizzato un prototipo universale, anche a misura di donna, con una posizione diversa delle tasche e del cavallo e con degli elastici. Nella progettazione di Bernasconi è interessante il processo: non è partita dall’astrazione, ma dal confronto con le dirette interessate; ha quindi immaginato qualcosa di nuovo in maniera condivisa.
Secondo lei ci sono dei segnali di miglioramento nella progettazione degli oggetti?
Secondo me sì. Negli ultimi venti anni ci sono stati molti tentativi di ripensare alcuni oggetti, mettendo proprio al centro l’esperienza delle donne con la co-progettazione. Un altro aspetto fondamentale riguarda le possibilità offerte dalle nuove tecnologie come i file open source, scambiabili e modificabili a proprio piacimento, e le stampanti 3D, che permettono forme di autoproduzione impensabili prima. Adesso si possono creare oggetti, aggiustando misure e forme standardizzate a gusti e bisogni diversi, senza passare per forza dalla produzione industriale. In questo senso il momento che stiamo vivendo è davvero rivoluzionario.
