La storia si ripete e non insegna nulla. Del resto, lo diceva già Dumas padre: «Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?» (bravo Alexandre, 5½). «La storia siamo noi» canta De Gregori (poetico e inconfutabile, 5+). «Qualsiasi evento storico, per quanto nefasto possa essere, è sempre posto su di una via che porta al positivo, ha sempre un significato costruttivo» ha scritto Sant’Agostino (troppo ottimista, 4-). «La storia – disse Stephen – è un incubo dal quale cerco di destarmi» si trova nell’Ulisse di Joyce (destarsi dall’incubo della storia? illusorio, 4+). Se dovessi sintetizzare il mio modesto pensiero sulla storia, incrocerei due citazioni: una frase dello scrittore e diplomatico francese Paul Morand (3 al collaborazionista ma 6 – alla sua frase) «La storia, come un’idiota, meccanicamente si ripete»; e i versi di Eugenio Montale che culminano nel distico «La storia non è magistra / di nulla che ci riguardi» (6).
Dico questo dopo aver seguito, la scorsa settimana, il simpatico siparietto della premier italiana nel decennale del terremoto che colpì i comuni dell’Appennino centrale. Dichiara Meloni: «In questi dieci anni sono state tante le difficoltà. Troppi rinvii e false partenze hanno impedito che la ricostruzione potesse procedere rapidamente». Che è come scoprire l’acqua calda. Segue l’autocelebrazione di rito: «I dati testimoniano che la direzione è cambiata…». Indovinate da quando? Esattamente da quando si è insediato il governo Meloni (1½ come l’anno e mezzo che manca alla scadenza del governo Meloni). È ovvio che l’impegno del risanamento aumenterà, e se ce lo assicura la premier possiamo stare tranquilli. La storia si ripete come un’idiota e non è maestra di niente.
Vi ricordate l’abbraccio di Berlusconi (con caschetto rosso) ai terremotati dell’Aquila? E le promesse? Realizzate. Un miliardo di euro per la costruzione di «new town» distribuite in tutta la provincia. Un decennio dopo, il Cavaliere tornò per un’autocelebrazione alla sua maniera, elogiando la «colossale opera di ricostruzione». Lo si può ancora ascoltare su YouTube (1½ d’obbligo): «Queste case sono case solidissime non solo contro il terremoto anche con scosse elevate ma sono case solide per la durata di sé stesse (sic!), sono belle, sono vissute con gioia da chi le abita». Le case «solide per la durata di sé stesse» già allora cadevano a pezzi, terrazzi in frantumi, quartieri evacuati per rischi di crolli, finché quest’anno il «miracolo new town» è stato abbattuto dalle ruspe.
Autocelebrarsi è un vizietto da cui è difficile guarire anche di fronte al fallimento. Del resto, l’abbiamo detto, la storia non insegna niente. Ogni volta, di fronte alle grandi tragedie, la solita solfa retorica. Giovanni Leone, futuro presidente della Repubblica, qualche giorno dopo la tragedia di Marcinelle dell’8 agosto 1956, disse in Parlamento parole irripetibili: «i nostri animi restarono sospesi sul fondo dell’abisso, sul quale si piegavano in angosciosa ansia i familiari delle vittime…» (-X, fate voi). Nel 1963, sulle rovine del Vajont, lo stesso Leone, allora presidente del Consiglio, alla popolazione che urlava «assassini» contro i politici che avevano favorito la costruzione della diga, giurò: «Giustizia sarà fatta». Non soltanto giustizia non fu fatta (condanne minime), ma Leone da avvocato avrebbe difeso la Società costruttrice e l’Enel.
La storia non è magistra di nulla, tant’è vero che nonostante le serie riserve dichiarate da tanti ingegneri, ancora è aperto il tema Ponte sullo Stretto di Messina. Ogni volta che ne sento parlare il pensiero mi corre al Vajont: anche gli ingegneri che si opponevano alla diga non furono ascoltati. La lettura del saggio Tra Scilla e Cariddi di Giulio Ferroni (appena pubblicato dall’editore Laterza, voto 5+) aggiunge, ai dubbi tecnici e ambientali, interrogativi morali. Il libro è scritto da un critico letterario che si dichiara «in preda ad astratti furori» come il protagonista di Conversazione in Sicilia, che attraversa lo Stretto per fare ritorno al suo paese.
Basterà qui limitarsi alle premesse: ispirato dalla lettura del capolavoro di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, Ferroni confessa di aver sempre pensato che la letteratura riguardasse la vita (di tutti). E anche per questo vede in quell’opera mostruosa di ferro e cemento progettata in un luogo cruciale della memoria e della letteratura un atto di violenza. Forse la letteratura è maestra più della storia.