Molti analisti osservano ammirati la sua crescita economica e si chiedono se presto non prenderà il posto della Cina
Il paragone tra Cina e India è diventato ormai, da questa parte del mondo, una specie di filone letterario: «Cindia», «l’elefante e il dragone» e via banalizzando vengono spolverate e rispolverate ogni volta che si parla dello sviluppo economico a est delle nostre esautorate economie. E da qualche anno a questa parte, poi, ogni volta che una multinazionale apre una fabbrica in India c’è qualcuno che annuncia la fine della Cina. La Cina per il momento non sembra essersene accorta, e in verità nemmeno l’India. La questione, però, non è peregrina: con quasi un miliardo e mezzo di abitanti, un’economia che continua a crescere a ritmi superiori a quelli di quasi tutte le altre grandi potenze e un numero crescente di aziende occidentali intenzionate a ridurre la propria dipendenza da Pechino, l’India appare come il candidato naturale a diventare la prossima fabbrica del mondo. E i numeri, almeno a prima vista, sembrano darle ragione.
Mentre Pechino deve fare i conti con l’invecchiamento della popolazione Nuova Dheli mostra una spinta propulsiva notevolissima
Il Fondo monetario internazionale ha previsto per il 2026 una crescita indiana del 6,4 per cento, contro il 4,6 della Cina. L’India è ormai la grande economia che cresce più rapidamente, sostenuta da consumi interni, servizi e investimenti, mentre Pechino deve fare i conti con l’invecchiamento della popolazione, una domanda interna debole e un modello economico che mostra da tempo evidenti segni di affaticamento. Non solo: dopo la pandemia, le guerre commerciali e la crescente rivalità strategica tra Washington e Pechino, aziende e governi occidentali hanno scoperto che affidare una parte enorme delle proprie catene produttive a un unico Paese poteva essere poco prudente. Nessuno pensa seriamente di abbandonare la Cina dall’oggi al domani: l’obiettivo è avere almeno un’alternativa. È la strategia definita China+1, di cui stanno già beneficiando Vietnam, Indonesia e Messico. Nessuno di questi possiede però le dimensioni dell’India, né un mercato interno altrettanto grande: una multinazionale che trasferisce una fabbrica in Vietnam o in Indonesia trova una buona base produttiva; in India, oltre a questa, trova anche centinaia di milioni di potenziali consumatori.
Un buon esempio è costituito dal mercato dei telefoni cellulari. Le esportazioni indiane di elettronica sono aumentate del 24 per cento nell’ultimo anno fiscale e gli smartphone sono diventati uno dei principali prodotti esportati dal Paese. Apple e Samsung hanno ampliato la produzione locale, mentre Foxconn e altri grandi fornitori internazionali stanno costruendo una rete industriale che solo pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare. Nel 2024-25 l’India ha prodotto telefoni cellulari per circa 60 miliardi di dollari, esportandone per oltre 21 miliardi. Il problema è che assemblare milioni di iPhone non significa ancora essere diventati la Cina.
Le esportazioni di elettronica sono aumentate del 24% e gli smartphone sono uno dei principali prodotti esportati
La vera forza dell’industria cinese non consiste infatti nei salari bassi, che ormai spesso bassi non sono neppure più, ma nell’ecosistema costruito in quarant’anni: porti, ferrovie, autostrade, energia, componentistica, fornitori, tecnici specializzati e interi distretti industriali nei quali quasi ogni pezzo necessario per costruire un prodotto può essere trovato a poche ore di distanza. Spostare l’assemblaggio è relativamente semplice; spostare tutto quello che c’è dietro lo è molto meno. Ed è qui che emerge il paradosso indiano.
Delhi vuole diventare l’alternativa alla Cina, ma per costruire quell’alternativa ha ancora bisogno della Cina. Nell’anno fiscale 2025-26 l’India ha importato dalla Repubblica popolare merci per circa 132 miliardi di dollari, con un deficit commerciale superiore ai 100 miliardi. Dalla Cina arrivano macchinari, componenti elettronici, prodotti chimici, celle solari, batterie e materiali indispensabili proprio a quelle industrie che il governo indiano vorrebbe rendere autonome. Persino molte aziende che vendono prodotti orgogliosamente Made in India dipendono in qualche punto della catena da componenti o tecnologie cinesi. L’India sta guadagnando pezzi delle catene produttive mondiali, soprattutto nell’elettronica, ma è molto lontana dall’avere sostituito l’enorme piattaforma manifatturiera cinese. Ci sono poi problemi meno spettacolari di un nuovo stabilimento Apple ma assai più difficili da risolvere. La qualità delle infrastrutture cambia enormemente da uno Stato indiano all’altro, così come la burocrazia, l’accesso ai terreni e l’affidabilità amministrativa. Il sistema giudiziario è lento, la formazione professionale non riesce ancora a fornire ovunque le competenze richieste dalle industrie più sofisticate e soprattutto rimane aperta la questione fondamentale dell’occupazione.
Per l’India non basta infatti crescere. Deve creare lavoro per una popolazione giovane immensa. È contemporaneamente il suo maggiore vantaggio rispetto alla Cina, che invecchia rapidamente, e la sua più grande scommessa. Ma proprio qui il confronto comincia a perdere senso. Perché l’India non deve necessariamente diventare la nuova Cina. La Cina è diventata la fabbrica del mondo in una fase storica irripetibile, quando la globalizzazione premiava la concentrazione delle catene produttive, la manodopera a basso costo era determinante e la sicurezza strategica interessava assai meno dell’efficienza. Oggi il principio è quasi opposto: diversificare, distribuire il rischio, evitare che una crisi geopolitica possa bloccare produzione e approvvigionamenti in mezzo mondo. In questo scenario l’India non ha bisogno di sottrarre alla Cina ogni fabbrica. Le basta diventare uno dei pochi Paesi senza i quali le nuove catene produttive globali non possono essere costruite. Ha le dimensioni, il mercato, le competenze tecnologiche e soprattutto il peso politico per farlo. Washington, Bruxelles e Tokyo non la corteggiano soltanto perché cresce al sei per cento: la corteggiano perché è l’unica grande potenza asiatica che possa controbilanciare strutturalmente la Cina senza essere un satellite degli Stati Uniti. Delhi, naturalmente, intende incassare i vantaggi senza diventarlo, continuando contemporaneamente a commerciare con Pechino, comprare petrolio dalla Russia e presentarsi come portavoce del Sud globale. E potrebbe diventare uno dei Paesi intorno ai quali verrà ridisegnata la geografia economica e strategica del mondo.
