Presso le sale espositive del castello di Sasso Corbaro a Bellinzona, una monografica celebra il percorso creativo del frate cappuccino, responsabile del convento del Bigorio fra il 1966 e il 2019
È il 1954 quando il ventunenne Giuseppe Pasotti entra a fare parte dell’Ordine dei frati cappuccini. È in concomitanza con questa nuova vita che inizia a dipingere. Con il tempo, pur senza seguire una scuola d’arte, ma grazie alla frequentazione di altri artisti, acquisisce le tecniche dell’affresco, della vetrata e del mosaico. È questa la vicenda di Fra Roberto, a lungo impegnato presso uno dei luoghi più significativi della spiritualità nel cantone, il convento del Bigorio, di cui fu responsabile fra il 1966 e il 2019. Fino a novembre 2026 presso le sale espositive del castello di Sasso Corbaro a Bellinzona una mostra monografica celebra il suo percorso creativo.
Nel Medioevo succedeva che i religiosi di un determinato luogo di fede ne curassero anche l’apparato artistico
La combinazione di vita religiosa e artistica che distingue il vissuto di Fra Roberto ci appare oggi qualcosa di inusuale. Ma, facendo capo alla tradizione, questa non è affatto un’unione insolita. Nel Medioevo si trattava di una correlazione alquanto diffusa, che spesso portava i religiosi che risiedevano in un determinato luogo di fede a curarne anche l’apparato artistico, per non considerare qui tutto l’impegno dei monaci miniatori, che si occupavano di illustrare i codici trascritti dai confratelli. Nel Rinascimento Fra Angelico e i suoi affreschi nel monastero di San Marco a Firenze esprimono appieno la totale corrispondenza fra spiritualità e pittura, andando a definire una preghiera visiva fra le più elevate della storia dell’arte. Durante il Barocco il caso del gesuita Padre Pozzo e delle sue prospettive illusionistiche «da sotto in sù» riaffiora con forza. Ma in seguito, con la professionalizzazione del mondo dell’arte, tali intrecci sarebbero ampiamente andati a perdersi.
Singolare, quindi, che Roberto Pasotti abbia saputo davvero tenere vivi sia l’impegno religioso sia la pratica artistica, mantenendo entrambi durante il corso della vita. Quando è sollecitato su questo tema, spiega: «La vita nel convento ti impone una regola, un ritmo scandito giorno per giorno. Con questa educazione, mi sono in certo qual modo imposto un programma di vita che si aggiungeva a questa regola comunitaria. Il mondo dell’arte, però, questa regolarità talvolta la dimentica. Allora, subentra anche quel po’ di pazzia, di ribellione ai ritmi, agli orari che permette di immergersi nella creazione, un momento interessantissimo, stupendo, ma che non ha e che non vuole una regola o un’interruzione».
Per un lungo periodo frequenta regolarmente la Svizzera tedesca: sente la necessità di confrontarsi con altri autori, perché la pratica artistica si nutre anche del confronto con opere altrui. Il dialogo è molto importante per capire le reciproche idee creative, le diverse posizioni. In Ticino segue le attività del Movimento 22, che si opponeva alle posizioni più tradizionaliste della SPSAS (Società pittori, scultori e architetti svizzeri) e che favoriva momenti di formazione e scambio per i propri membri. Quando emerge la questione su possibili prevenzioni da parte degli altri artisti sulla sua condizione di sacerdote, Fra Roberto spiega che non ha mai incontrato pregiudizi e si verificavano anzi occasioni per discussioni anche relative ai temi più profondi e a quelli del ruolo della Chiesa nella religione e nella fede.
Oggi, nella mostra in corso a Bellinzona, sono esposti i disegni e le tele, ma a occupare un posto di rilievo sono soprattutto le vetrate. Una tecnica di grande rilevanza, soprattutto a partire dal periodo gotico, quando assume a pieno titolo un ruolo nel contesto liturgico, la vetrata artistica è una tecnica che combina in modo del tutto peculiare realizzazione tecnica e concezione progettuale.
In un percorso parallelo a quello dell’affresco, in passato aveva spesso il ruolo di illustrare i concetti chiave della liturgia, che venivano enfatizzati e attivati dalla presenza della luce. Oggi è spesso quest’ultima componente a entusiasmare gli artisti, che si muovono di frequente nell’ambito dell’astrazione.
I casi zurighesi di Grossmünster (le cui vetrate sono state concepite da Sigmar Polke) e Fraumünster (con le opere di Augusto Giacometti e Chagall) rappresentano una sorta di compendio dei diversi modi di intendere questa tecnica. Pasotti inizia a occuparsene in maniera fortuita, a seguito di un soggiorno nel convento di Wil, nel Canton San Gallo, dove era stato invitato per dipingere una via crucis. Fu in quel periodo che ebbe modo di incontrare Hans Stocker, ritenuto fra i principali artisti di vetrate in Svizzera, e proprio da lui, quasi come un apprendista in bottega, cominciò ad apprendere le basi di questa tecnica, che in seguito avrebbe assunto un ruolo privilegiato nella sua produzione. Spiegando la genesi di questi manufatti, racconta come sia essenziale partire dalla conoscenza dell’ambiente dove verrà collocata l’opera, per comprendere il gioco che la luce attiverà con essa. È in un secondo momento che viene sviluppato il disegno in proporzioni naturali, che verrà presentato al committente.
«Ti rendi conto che c’è qualcosa che va oltre, che c’è veramente un messaggio nella potenza della natura»
Da qui inizia la realizzazione del vero e proprio progetto di dettaglio – o cartone – che verrà poi affidato al vetraio, che si occuperà di sagomare i vetri colorati che verranno poi assemblati con profili in piombo. Se, poi, ci sono delle parti che vanno ulteriormente caratterizzate con disegni a pennello, questi dovranno essere cotti in un forno apposito. Un procedimento tecnicamente complesso, che permette tuttavia di ottenere risultati di grande impatto, e che ancora oggi viene applicato in piena linea con la tradizione proprio come avveniva ai suoi esordi, nel Medioevo.
Da ultimo, Fra Roberto si sofferma su ciò che hanno rappresentato per lui gli anni trascorsi in profondo raccoglimento nella natura, al Convento di Bigorio. «Quando la luce penetra nel paesaggio, è una cosa incantevole. Bisogna essere proprio lì davanti a quello spettacolo. Ti accorgi allora che c’è qualche cosa che va oltre, che c’è veramente un messaggio nella potenza della natura. È il senso della presenza di Dio come rivelazione. Cercare di trasformarlo in opere non è solo un pretesto, ma è un mezzo che aiuta a sondare l’animo umano, le sue inquietudini, le sue zone d’ombra. Poter dipingere queste emozioni, dare anche una concretezza ad esse, a queste sensazioni di grande confusione è una cosa che fa veramente bene, sia all’anima sia al corpo».
