Crans-Montana e il prezzo del lusso alpino

by azione azione
12 Agosto 2026

Sulla tragedia di Crans-Montana già stanno uscendo i primi libri: racconti e testimonianze di ustionati e soccorritori. Fin dall’inizio si è capito che il rogo avrebbe innescato una reazione a catena destinata ad allargarsi alla politica e alla diplomazia. Veemente è stata ad esempio la reazione dell’Italia, e ancora adesso molti osservatori si interrogano sulle ragioni di tale comportamento, rispetto ad esempio alla Francia. Si è evocato l’orgoglio nazionale da risvegliare ed affermare, in una fase in cui divampava lo scontro politico sul referendum che intendeva riformare la giustizia; si è parlato di una diversa incidenza sull’opinione pubblica dei fatti di sangue e della cronaca nera, argomenti molto presenti nelle reti pubbliche e private (v. delitto di Garlasco); si è ribadito che in Italia non esistono l’anonimato e il riserbo, ovvero quella riservatezza che, bisogna dirlo, rende assai opaca l’informazione nel nostro Paese.

Tutto questo ha indispettito le autorità vallesane, che si sono ritrovate sotto una costante pressione. E com’è noto, quando le accuse (di inefficienza, inadempienza o collusione) aumentano, la risposta può assumere le vesti della ripicca indignata. In trappole come questa non bisogna cadere, perché i tribunali dei popoli, convocati nelle piazze con al centro la forca, non sono mai garanzia di equa giustizia. Ciò premesso, sarebbe assai grave se dal rogo di Crans-Montana non venisse tratta alcuna lezione per l’avvenire, in termini di vigilanza, prevenzione, sicurezza, controlli; sui limiti del nostro «federalismo giuridico» che rende tutto più lento e macchinoso.

Solo per pochi

C’è però dell’altro. L’inferno al Constellation ha riportato al centro gli interessi in gioco e le modalità di gestione del comune, che gli osservatori più attenti giudicano perlomeno poco trasparente. Recentemente ci è capitato di leggere un saggio di Andrea Membretti: Diventare montanari. Viaggio tra i nuovi abitanti delle terre alte (ed. People). Membretti è un sociologo che per alcuni mesi ha deciso di soggiornare proprio nella località vallesana per svolgere un’inchiesta su quali fossero i pregi e le attrattive di Crans-Montana, com’era cresciuta negli anni, fino a diventare l’attuale «luxury resort», abitato da pensionati benestanti e da professionisti cosmopoliti in fuga dalle città surriscaldate ed inquinate. Le sue interviste mettono in luce aspetti diversi, oltre al prestigio di risiedere in una stazione sciistica rinomata. C’è chi appunto è salito in quota per sfuggire alle ondate di calore; chi ama le alte vette, i ghiacciai (che però si stanno contraendo a vista d’occhio), la mondanità, i ristoranti stellati e il curatissimo campo da golf; chi cerca riservatezza e vita appartata, una tendenza che la pandemia ha accelerato, e c’è chi infine ha scelto di lavorare da remoto, sfruttando gli ottimi servizi che Crans-Montana offre: connessioni digitali veloci, collegamenti comodi con il fondovalle, vicinanza con l’aeroporto di Sion.

Certo, e Membretti lo sottolinea più volte nel suo testo: Crans-Montana non è per tutti, anzi è per pochi. Questa è una montagna ricca riservata alla «upper class», alla classe agiata, che non ama confondersi con chi deve fare i conti ogni mese con bilanci familiari sofferenti. La qual cosa ha generato un’alta speculazione edilizia (i mastodontici condomini a foggia di chalet con i gerani ai balconi) ed incrementato il potere del ceto politico locale e degli immobiliaristi. Un potere che sull’onda della crescente ricchezza del luogo ha dimenticato, o trascurato, alcune regole fondamentali, come la verifica dei sistemi di sicurezza dei locali pubblici. Andava tutto bene, finché non è accaduto il disastro di San Silvestro.

Gentrificazione alpina

Sappiamo che le montagne non sono tutte uguali. Membretti parla di «gentrificazione alpina, ovvero l’appropriazione del territorio da parte delle classi urbane più agiate». Le più fortunate hanno potuto beneficiare di ingenti investimenti, com’è stato il caso per Andermatt, che sulla carta non sembrava poter competere con l’Engadina. Altre sopravvivono grazie alle case secondarie; altre ancora decadono: porte e finestre sbarrate, tetti sfondati, popolazione residente sempre più anziana, scuole e botteghe chiuse, servizi ridotti all’osso e comunque lontani. Destini divergenti, che segmentano l’arco alpino in isole di opulenza, in vallate che ostinatamente non si rassegnano allo spopolamento e infine in aree depresse, condannate ad un lento ma inesorabile declino.