Il ninfeo di Lainate

by azione azione
12 Agosto 2026

A fine luglio, i primi giochi d’acqua, sprizzati a sorpresa dagli scalini, stupiscono il gruppo in visita al ninfeo riunitosi alle 16 nella corte d’onore di Villa Litta di Lainate. Comune di ventiseimila e quattrocento anime circa dell’hinterland milanese nord-ovest raggiungibile, se siete a piedi come me, con la rossa fino a Molino Dorino poi bus Z 617 dal quale avvistare l’altra attrazione di questa località, il coreografico autogrill del 1958. Inaugurato nel 1589, desiderio del conte Pirro I Visconti Borromeo (1560-1604), mecenate membro dell’Accademia dei facchini della Valle di Blenio, questo teatro d’acque sperimentale confesso che dopo pomeriggi interi di studio, di esplorarlo non sto più nella pelle.

Scovo però prima con gli occhi, all’ombra di questo pomeriggio nel pieno della quarta ondata di caldo di un’ estate fantascientifica, nascosto nella nicchia, Giano. In stucco, opera di Francesco Brambilla (1530-1599), il dio degli inizi, dei passaggi, delle porte, appoggia malinconico la guancia sul pugno che stringe le chiavi del cielo. Gridolini e risa delle bambine del nostro gruppo mi distolgono dall’interiorizzare sempre troppo tutto. Sotto le secolari magnolie, una panca birichina rivestita da frammenti di grotte vere, sedendosi sopra, ha innaffiato un paio di bimbe. Nel degrado negli anni Sessanta, il ninfeo realizzato su progetto dell’architetto Martino Bassi (1542-1591) con tutto il suo incredibile sistema idraulico scherzoso orchestrato da Agostino Ramelli (1531 circa-1608), viene restaurato a regola d’arte negli anni Ottanta. «Venite bambine» esorta la nostra guida Celesta.

Stiamo per entrare, sulla soglia però, sotto le arcate del pronao lancio uno sguardo a Ercole. «Molestato dai raggi del sole, tende l’arco per scagliare contro di esso una freccia» osserva Alessandro Morandotti, forse l’esperto massimo del ninfeo di Lainate, tra le pagine di Milano profana nell’età dei Borromeo (2005) . L’atrio dei Quattro venti, eccoci dentro il cuore-inizio portentoso di questo luogo d’ozio umanistico dove il gusto per il raro e il meraviglioso travolgerebbe anche uno scoiattolo entrato per caso. A pianta ottagonale con lati irregolari, concrezioni calcaree a go go con tanto di stalagmiti e stalattiti provenienti da grotte naturali lombarde, incontrano i mosaici con ciottoli neri e bianchi che sono pure sul pavimento ma sono solo un assaggio. La porta aperta sul giardino dona uno squarcio di fuga prospettica. Alzando gli occhi, spuntano i dipinti illusionistici posteriori di Giuseppe Levati (1739-1828), pittore di rovine incontrato l’estate scorsa in un giardino all’inglese.

Nelle nicchie, otto sculture in stucco ancora di Brambilla, protostatuario del Duomo per quarantanni, tra le quali le quattro stagioni. Sotto, in ulteriori nicchie-grotte, c’erano un tempo le personificazioni bronzee dei Quattro venti. Bellezza smembrata per via della famiglia Litta indebitata verso il 1872, quando molte altre opere di pregio presero il largo. Due dei quattro venti «che gonfian le nere gote» come li descrisse il poeta seicentesco Tommaso Stigliani, sono stati ritrovati, non molti anni fa, nelle campagna irlandese. Ad ogni modo quello che c’è basta e avanza e ora il mio l’occhio è colpito dalla luminescenza madreperlacea delle ostriche perlifere del genere Pinctada disseminate tutte intorno. Il rapimento massimo però è dovuto alla iridescenza del genere haliotis, note anche come orecchie di Venere, incastonate tra le concrezioni.

La sala accanto, chiamata La stanza del Procaccini, mi lascia sbalordito. Le pareti sono tutte arabescate da Camillo Procaccini (1561-1629) con ciottoli neri e marini di Lavagna alternati a ciottoli bianchi del fiume Ticino. Straordinari arabeschi che conducono ai Rabisch (1589 – non per niente coevi del ninfeo – di Gian Paolo Lomazzo, 1538-1592, regista occulto di tutto quanto del quale avevamo ammirato la gloria angelica dove si prefigurava questa visita). Levando lo sguardo sul soffitto, la meraviglia: grottesche di ciottoli dipinti lievi, invenzione unica di Procaccini, dove danzano mimetizzati pegasi, unicorni, sileni, fauni, ninfe-fiori. Forme evanescenti da inconscio fantastico con simmetrie da macchie di Rorschach, s’intrecciano a rampicanti correggiesche. Caleidoscopico il prosieguo per cui ci vorrebbe un altro pezzo, tra civette mosaicate, labirinti-grotte stordenti, altri spruzzi magistrali, il cortile delle piogge.