Un caso che non nasce dal nulla

by azione azione
5 Agosto 2026

Indipendentemente da quanto se ne possa pensare, il caso Zali non nasce dal nulla. Il Ticino tende a considerare i fatti che gli sono stati contestati come una questione isolata, dimenticando il contesto generale che spiega come anche da noi possano svilupparsi, quasi invisibilmente, o comunque fino all’esplosione del bubbone mediatico, vicende simili.

Per decenni la politica, o meglio certi politici, hanno chiesto e ottenuto una netta separazione di giudizio tra la loro attività pubblica e la loro vita privata. Poco importa che tipo di uomo o di donna fossero in famiglia, nella società, con gli amici, i soci d’affari, i dipendenti o eventuali amanti: conta che governino bene. Dove per «bene» si deve intendere «efficacemente».

Si tratta di personalità solitamente forti (leader che non devono chiedere mai) spesso divisive, che preferiscono sacrificare parte della ricerca del consenso trasversale in favore della mobilitazione di un elettorato molto fedele. Proprio ciò che molti considerano discutibile, dal punto di vista dello stile non solo politico, è per i loro sostenitori una delle ragioni della loro efficacia. Penso alla sfolgorante parabola di Silvio Berlusconi in Italia: viveur sopra le righe, animatore di bunga bunga nelle sue ville e, al contempo, promotore di manifestazioni in difesa della famiglia tradizionale; coinvolto in numerose controversie legate a conflitti d’interesse, rapporti avvelenati con la magistratura e altre vicende personali.

I molti sostenitori di allora e i nostalgici di oggi gli hanno sempre perdonato eccessi che con ogni probabilità non avrebbero tollerato in comuni cittadini. Perché, politicamente parlando, è stato straordinariamente efficace. Ha fondato un partito praticamente dal nulla nel 1994, ha guidato quattro governi ed è stato uno dei protagonisti assoluti della politica italiana per quasi trent’anni. E quanti americani vicini al movimento MAGA continuano oggi a chiudere un occhio sui lati oscuri della vita privata di Trump, comprese le polemiche relative ai suoi rapporti con Jeffrey Epstein?

Nulla di sorprendente, quindi, se, anche in contesti più modesti, politici di ben minore cabotaggio siano stati eletti con successo pur praticando, nel loro piccolo, visti o non visti, la doppia morale dei «grandi», senza subirne conseguenze. È un andazzo legato anche all’idea che i politici debbano avere un po’ di «mano libera», o molta, per cambiare la società e che non si debba disquisire sui loro comportamenti meno ortodossi. Purché abbiano «gli attributi».

Si è fatta strada l’idea che, anche quando sono censurabili nelle loro vicende private, vadano considerati come il dottor House della serie tv, scorretto, sarcastico, offensivo, ma dotato di un’intelligenza diagnostica straordinaria. Che siano razzisti, maschilisti, bugiardi, basta che sappiano fare il loro «mestiere» di capipopolo. Tuttavia, a parte il fatto che esiste una cosa chiamata buona educazione che travalica la deontologia professionale, i fini politici non giustificano certi modi di porsi. Anche la forma è sostanza. Lo stile e l’agire reale al di fuori dell’ufficialità indicano con precisione sismografica la vera natura e la visione del mondo di una persona: il senso della giustizia, il rispetto, il disinteresse, l’attenzione agli altri; o viceversa l’allergia alle regole, il primato degli interessi privati, l’egolatria, la prepotenza e la violenza. Quando questa visione collide con i valori della civile convivenza si produce uno sdoppiamento inquietante. Due personalità parallele e opposte convivono nello stesso individuo, come il dottor Jekyll che di notte diventa mister Hyde.

Disgiungere l’abilità politica dall’etica personale, nel senso etimologico del termine, poiché «ethos» significa modo abituale di agire, comportamento, è un grave errore quando scegliamo le persone che ci rappresentano nella cosa pubblica. Se le mandiamo al potere, che siano la migliore versione di noi, e non la peggiore di sé stesse.