Il 4 agosto si terranno le primarie del Partito democratico per il Senato in Michigan, Usa, e non si fa che parlare dello scontro tra le due ali del partito, quella moderata legata all’establishment e quella radicale, legata ai cosiddetti «socialisti democratici» che stanno prendendo piede in molte altre contese in vista del voto di metà mandato a novembre. Non è soltanto una resa dei conti politica tra due anime che convivono a stento: è uno scontro generazionale che si esprime in molte questioni, da quelle di genere a quelle dei soldi in politica, fino a Israele e Gaza. Ed è uno scontro anche su come contrastare Donald Trump, che in Michigan si impose nel 2016 e di nuovo nel 2024. L’establishment è convinto che si possa vincere conquistando i voti moderati, mentre i più liberal propongono una formula più populista e diretta. Non c’è una formula vincente in assoluto, come è ovvio, ma certo è così che si definisce il futuro di un partito in vista delle presidenziali del 2028. Da una parte c’è Haley Stevens, esponente dell’establishment democratico e già deputata al Congresso; dall’altra Abdul El-Sayed, outsider sostenuto da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, simbolo dell’ala progressista che sta guadagnando terreno, sulla scia del successo del sindaco di New York Zohran Mamdani. Non mancano però gli intoppi: in Maine, uno dei seggi chiave per le ambizioni democratiche al Senato, il candidato iniziale Graham Platner si è ritirato dopo accuse di molestie. Il partito ha scelto un sostituto, ma finora la corsa si è rivelata un vero disastro.
Si rischia la sorpresa a novembre
In Michigan la situazione è diversa: il seggio è saldamente democratico e i repubblicani non vincono un’elezione al Senato nello Stato da 30 anni. La sfida riguarda quindi soprattutto quale ala del partito riuscirà a imporsi. Resta però il rischio di una sorpresa a novembre: i repubblicani puntano su Mike Rogers e sperano di sfruttare le divisioni sempre più profonde tra i democratici. Haley Stevens viene ridicolizzata per la sua voce e per il suo aspetto, al punto che lo stesso El-Sayed ha dovuto fare un comunicato in cui chiede ai suoi sostenitori di smetterla: vuole contrastare Stevens sulle idee, non sulla pettinatura. El-Sayed invece viene criticato in quanto «candidato dei repubblicani»: è talmente radicale da spaventare gli elettori democratici, favorendo gli avversari.
Dietro le quinte non si sta più tranquilli perché in gioco c’è l’assetto del partito stesso, non solo un seggio al Senato. Secondo i più radicali, l’ala moderata del partito è nel panico dopo che i socialisti democratici hanno vinto le primarie della Camera in Colorado e a New York e considera il Michigan una delle ultime occasioni per ridimensionare questo «slancio di sinistra» prima che i preparativi del 2028 inizino sul serio. I candidati radicali sono giovani, energici, parlano a un pubblico altrimenti irraggiungibile e, dicono, l’establishment non ha alcuna alternativa potente da schierare. I risultati delle primarie finora sono stati contrastanti: anche i candidati moderati hanno ottenuto buoni risultati. L’establishment sostiene quindi che l’entusiasmo dell’ala radicale non basta e cita il caso del Maine come esempio dei rischi di scelte sbagliate.
Quasi 50 milioni di dollari in pubblicitÃ
I sondaggi per ora registrano più consensi per Stevens. Un rilevamento di Detroit News/WDIV, condotto tra l’8 e l’11 luglio, dava la candidata centrista – e sostenuta dalla lobby pro Israele – al 48,2% contro il 41,4 di El-Sayed; ma un sondaggio di Tavern Research realizzato dopo il primo duello tv tra i due candidati ha mostrato un testa a testa quasi perfetto, con El-Sayed al 41% e Stevens al 38. In più sono stati stanziati finora quasi 50 milioni di dollari in pubblicità , una cifra enorme che testimonia quanto le due parti considerino decisiva questa sfida. Così, mentre Sanders e Ocasio-Cortez fanno la spola in Michigan per sostenere El-Sayed e la governatrice Gretchen Whitmer denuncia la durezza dello scontro, nel Partito democratico cresce il timore che la frattura apertasi nel partito non possa più rimarginarsi, né nello Stato né a livello nazionale. Alcuni sostenitori di El-Sayed hanno già detto che non voteranno per Stevens a novembre se sarà lei la candidata; pochi centristi, per ora, dicono lo stesso nel caso opposto, ma il sospetto che possa accadere rimane. Come ha sintetizzato uno stratega progressista intervistato dal sito Bulwark: «Il Michigan è una battaglia per il 2026 che dirà tutto quello che c’è da sapere sul 2028».