La canicola e le disuguaglianze

by azione azione
22 Luglio 2026

La canicola ci sfianca, darla per scontata ci uccide. Come ogni anno, da quando l’allarme sul surriscaldamento globale è stato lanciato, la temperatura estiva continua a superare picchi e a stabilire record (ne parla anche l’articolo di Pietro Bernaschina a pag. 11).

I quasi 39 gradi toccati a Basilea ne sono una prova, così come gli oltre 1300 morti in eccesso registrati dall’OMS in Europa in una sola settimana a partire dal 21 giugno. Così, il caldo si misura nei pronto soccorso affollati, nelle ore di lavoro perse, nei consumi energetici che aumentano, nelle città che diventano «bouilloir thermique», vere e proprie caldaie urbane. E tuttavia fermarsi ai numeri non ci aiuta a sopravvivere. In una lettera aperta ai principali media del Regno Unito, nove climatologi britannici accusano il mondo dell’informazione di non raccontare fino in fondo ciò che sta accadendo. Durante l’ondata di caldo di maggio, tre notizie su cinque non menzionavano il legame con il cambiamento climatico. Lo sanno già tutti, direte. Sì, ma è un silenzio grave. Fa il gioco dei complottisti in stile Trump, che negano il fenomeno e così facendo lo aggravano.

La rimozione non è solo britannica. Secondo il Media and Climate Change Observatory, la copertura mediatica del cambiamento climatico nel 2025 è diminuita del 14% rispetto al 2024 e del 38% rispetto al 2021. Meno si parla del «pasticciaccio» climatico, più gli eventi estremi appaiono isolati, inevitabili, quasi naturali nel senso più passivo del termine. Guardate come i media illustrano i servizi sul caldo: persone spaparanzate al sole, turisti con il ventaglio o immersi nelle fontane d’arte, scene che mal rappresentano i «seri rischi per la salute».

La scienza, invece, parla chiaro: sono le emissioni di gas serra, legate soprattutto ai combustibili fossili, a rendere le ondate di calore più frequenti e intense. La canicola non è una fatalità perché è connessa pure a precise (e scellerate) scelte politiche. Ma anche questa spiegazione, da sola, resta incompleta. C’è infatti un terzo livello di cui si parla ancora meno. Il podcast francese Les Aventuriers de la pensée lo ricorda riprendendo il lavoro di Eric Klinenberg sulla canicola di Chicago del 1995 (739 morti in una settimana, a luglio). Quella ricerca – significativamente intitolata Heat Wave: a Social Autopsy of Disaster – mostra un dato decisivo: la canicola non colpisce tutti allo stesso modo. Esaminando gli esiti dei picchi di calore in due quartieri simili, North Lawndale e Little Village, entrambi svantaggiati, con alti tassi di povertà e una forte presenza di anziani, si scopre che nel primo, quartiere afroamericano, la mortalità è molto più elevata che nel secondo, quartiere latino. Klinenberg va sul posto, osserva, intervista, percorre le strade e comprende che l’infrastruttura sociale di Little Village offre spazi in cui le persone possono incontrarsi e creare legami: marciapiedi curati, piccoli negozi, parchi, associazioni locali. Nulla di tutto ciò a North Lawndale, quartiere deindustrializzato e abbandonato, con negozi chiusi e strade percepite come insicure.

Un ambiente in cui le persone anziane non trovano né verde né socialità, perciò si barricano soli in appartamenti che diventano forni. La vivibilità di un quartiere può salvare più vite di molti condizionatori. Se per due giorni nessuno vede in giro l’ottuagenario del piano terra, qualcuno andrà a bussare alla sua porta per chiedergli come sta. Un vecchio che muore solo durante la canicola non è un semplice incidente meteorologico: è il sintomo di una società che non si prende cura dei propri abitanti, degli spazi pubblici e dei legami di vicinato. Se lo vuole, l’umanità può essere più forte dei disastri che contribuisce a creare.