[…segue] Nel 1938 le leggi razziali colpirono anche lei. Le frequentazioni di Ghitta e la stima del Duce non la esentarono. Fu costretta a ritrarsi nell’ombra, come del resto Margherita Sarfatti, amica sua e di Mussolini. Il nome Carell non poteva più figurare sulle stampe, né essere citato. Tuttavia l’Italia era ormai il suo paese, e vi rimase. Durante la Seconda guerra mondiale si nascose, aiutata dai suoi conoscenti, e si salvò dal domicilio coatto e dalla deportazione.
Dopo la Liberazione, tuttavia, si ritrovò in una situazione paradossale: sgradita, per la contiguità coi Savoia e col Regime. Seppe riconquistare prestigio. Negli anni Cinquanta e Sessanta posarono per lei i nuovi potenti della Repubblica: politici come Andreotti, Gronchi, Nenni, e perfino il papa, Giovanni XXIII. Nel 1959 divenne infine cittadina italiana. Nel 1967 le dedicarono una mostra all’Open Gate Club e nel 1969 un documentario prodotto dalla RAI. Ma scelse di emigrare in Israele, e ad Haifa è morta nel 1972. Il necrologio dell’«Europeo» la ricordò come «la fotografa di un’epoca».
Chi vuol conoscere aspirazioni, pretese e vanità degli italiani può esplorare online la stupefacente galleria di fantasmi allestita dall’archivio della Fondazione 3M di Pioltello, che ha ereditato dalla Ferrania 2806 lastre, 15 originali e varie stampe. È come sfogliare gli who’s who di 30 anni della nostra storia. Incontriamo i Savoia e i Mussolini; principi, duchi (un adolescente Visconti più bello del Tadzio di Luchino o forse il suo archetipo), marchesi, conti, baroni, la regina d’Inghilterra, cardinali, monsignori, ambasciatori, accademici d’Italia, industriali (Pirelli, Falk, Crespi, Feltrinelli, Mondadori, Olivetti), professori, avvocati, architetti, ingegneri, direttori d’orchestra, compositori, musicisti, scrittori, giornalisti, critici letterari e storici dell’arte (Papini, Bontempelli, Falqui, Cecchi, Longhi, Marinetti, Comisso, Brandi, Pavese, più disinvolti delle colleghe), attori, esponenti dell’élite ebraica (Levi, Segrè, Ascarelli), ma anche Walt Disney e papa Pio XII.
Frontali, di tre quarti o di profilo, a mezzo busto o in piano americano, in pose che ricordano la pittura del Rinascimento o le inquadrature di Hollywood, sormontati da aureole di luce soffusa, i lineamenti ammorbiditi dall’effetto flou e poi plasticamente scolpiti dal chiaroscuro, Ghitta Carell li immortala nel giorno delle nozze, coi figli, da soli – tutti sontuosamente agghindati, tranne l’avvenente bruna signora DF, che posa nuda. Col cane, il gatto, la bambola, il violino, il fucile. Bambini e giovani belli come star del cinema o della pubblicità , ma anche aristocratiche dalle forme difettose e dai nasi irredimibili al ritocco. Uniformi e abiti da sposa, onorificenze, cravatte, guanti, pellicce, cappelli, collane di perle, veli, piume.
Dai racconti della segretaria Elena Canino sappiamo che era Carell a scegliere l’acconciatura, i gioielli e gli abiti dalle valigie che portavano in studio: suo il controllo totale dello scatto. Dietro l’obiettivo e in post produzione, quando al tavolo da lavoro, munita di pennello e raschietto – operava sull’immagine proprio come oggi i dilettanti abusano di filtri e App – ravvivava gli occhi, eliminava chili di troppo, rendeva tutti come avrebbero voluto, o sognavano di essere.
Ghitta Carell rivendicò di non fotografare «facce», ma qualcosa «che flotta» davanti a esse. Voleva catturare la verità interiore, la personalità . Lo si comprende negli autoritratti degli anni Quaranta e Cinquanta. I capelli biondi tinti (oppure bianchi) incorniciano un volto regolare, le labbra sottili sigillate in una smorfia compassata e magnanima. Gli occhi grandi, malinconici, lievemente all’ingiù, ci osservano allarmati, con un’espressione triste di stupore e pena. Per il successo e il suo dileguare, per le proprie contraddizioni?
In Della Fotografia, Susan Sontag parla di una sua «innocente complicità ». Dissento. Le immagini di Carell serbano la loro ambiguità . Si potrebbe perfino supporre l’ironia (involontaria?) nelle più sfacciate celebrazioni. Guardare il potere così da vicino annulla la giusta distanza ed esige la perdita dell’innocenza. Ed è questo spaesamento che l’obiettivo implacabile di Ghitta Carell restituisce a Margit Klein.