I diamanti non brillano più

by azione azione
19 Agosto 2026

Le gemme create in laboratorio ridisegnano il settore e mettono in difficoltà le comunità minerarie africane

Ovunque si legga un articolo sul mercato internazionale dei diamanti, oggi in piena depressione, ci si imbatte nel celebre slogan pubblicitario «I diamanti sono per sempre». La storia di queste poche parole – nell’originale inglese sono appena quattro, A diamond is forever – non è priva d’importanza, perché ci rivela che l’associazione tra la preziosissima gemma e il matrimonio, o piuttosto il fidanzamento, cioè la promessa di matrimonio, non risale a chissà quale remoto passato, ma al marketing di appena un secolo fa. Negli anni Trenta del Novecento, nel pieno della Grande depressione americana, la De Beers, il principale estrattore mondiale di diamanti di qualità, finì in gravissima crisi. La vendita di pietre preziose era crollata. Cominciò allora un lungo sforzo pubblicitario che sarebbe riuscito a imporre il diamante come simbolo irrinunciabile delle nozze in arrivo. Ancora alla vigilia della Seconda guerra mondiale, appena il dieci per cento degli anelli di fidanzamento ne conteneva uno. Alla fine del secolo, secondo dati che traiamo da un vecchio articolo della Bbc, la percentuale era salita all’80 per cento.

La gemma e la promessa di matrimonio 

Per raggiungere il suo obiettivo la De Beers lanciò successive campagne pubblicitarie. Quella di maggior successo è datata 1947. Fu la copywriter Mary Frances Gerety, dello studio NW Ayer and Son, a ideare lo slogan A diamond is forever. Perfetto per indicare che, chi donava quella pietra, prometteva eterno amore (e anche che la spesa, non indifferente, avrebbe avuto un tempo lunghissimo per ammortizzarsi). La sua fortuna sarebbe poi stata definitivamente consacrata dal quarto romanzo della serie di James Bond, Diamonds are Forever (1956, in italiano Una cascata di diamanti), dal successivo film (1971) e dall’omonima canzone interpretata da Shirley Bassey.

Ma i diamanti non sono per sempre, almeno per quanto riguarda la loro appetibilità commerciale. Oggi se ne vendono relativamente pochi, o comunque molto meno di dieci o vent’anni fa. I profitti sono in calo da diversi anni. La valutazione internazionalmente accettata per i diamanti grezzi si è quasi dimezzata rispetto al 2022. Il motivo è molto semplice: la gente non li compra più. Questa disaffezione non è dovuta a un cambiamento d’opinione: la convinzione che «un diamante è per sempre» resta fortissima. Il problema è un concorrente, che costa molto meno: i diamanti sintetici.

La produzione di queste pietre, dette anche artificiali, non è certo una novità, ma con l’andare degli anni ha acquisito sempre maggiore qualità e una crescente parte di mercato. È praticamente impossibile per un profano distinguere un diamante realizzato in laboratorio da uno naturale; solo che per produrlo, grazie a complesse tecnologie, sarà bastato un tempo relativamente breve, anziché milioni di anni. E il prezzo è una piccola frazione di quello delle pietre naturali. Nei mercati emergenti delle grandi Nazioni asiatiche, Cina in testa, una giovane coppia in procinto di sposarsi sceglierà con pochi dubbi l’opzione meno costosa. Tutto qui. Grandi compagnie come la De Beers non hanno voluto rinunciare a questa nuova clientela, proponendo all’acquisto anche pietre sintetiche e facendo così concorrenza a se stesse. La domanda di diamanti naturali si è ulteriormente indebolita e il loro costo di produzione è diventato sempre meno sostenibile.

Questa parabola discendente ha conseguenze facilmente intuibili. La multinazionale mineraria Anglo American, che possiede l’85 per cento della De Beers, cerca di diversificare la propria attività, privilegiando la ricerca e lo sfruttamento di giacimenti oggi più redditizi, a cominciare dal rame. Da un paio d’anni ha messo la De Beers in vendita, senza successo per il momento. Nell’attesa, ha ridotto la quantità di pietre naturali estratte, lavorate e messe sul mercato. Fino alla decisione, annunciata a fine luglio, di sospendere per due anni la produzione nella più grande miniera di diamanti attiva in Sudafrica.

Il durissimo lavoro dei minatori

La miniera si chiama Venetia, si trova nella provincia settentrionale del Limpopo, dà lavoro a 4000 persone e, come riferisce la Bbc, fornisce oltre il 40 per cento dei diamanti di alta qualità estratti in Sudafrica. La notizia della sospensione della sua attività ha colpito gli addetti ai lavori, perché Venetia è una miniera «giovane», aperta nel 1992 e ritenuta capace di fornire pietre preziose almeno fino agli anni Quaranta. Un grave segno dei tempi, insomma, che mette a repentaglio un gran numero di posti di lavoro. Se il principale produttore di diamanti al mondo è la Russia, quelli di qualità, che diventano ineguagliabili gemme, sono un tesoro africano. Botswana, Sudafrica, Angola ne sono i principali possessori; molti altri seguono (Repubblica democratica del Congo, Sierra Leone eccetera).

Il mercato dei diamanti naturali continua a restringersi per ragioni di prezzo. Ma nel fatto che i consumatori voltino le spalle a questi oggetti del desiderio, gli esperti di marketing intravedono anche cause più recondite, di natura culturale, psicologica e ideologica. Dietro i diamanti prodotti in laboratorio, per esempio, non ci sono il durissimo lavoro dei minatori, le lotte sindacali, i bassi salari, le improbe condizioni di vita spesso lontano dalle famiglie (per non parlare dei «diamanti di sangue» delle feroci guerre civili di inizio secolo in Sierra Leone e Liberia).

Un gigante che traballa

Oggi la De Beers non è più il gigante che fu: dalla posizione di quasi-monopolio raggiunta alla fine del Novecento, occupa adesso non più di un quarto del mercato. Ma la sua storia inizia due secoli fa, all’apice del colonialismo europeo in Africa, con la scoperta del giacimento diamantifero di Kimberley. Fu fondata nel 1888 da Cecil Rhodes, la più compiuta incarnazione dell’imperialismo britannico, figura oggi contestatissima in Sudafrica e oggetto dieci anni fa di una vasta protesta studentesca per l’abbattimento del monumento a lui dedicato a Città del Capo. Anche da questo punto di vista, insomma, i tempi sono cambiati.

Eppure i diamanti naturali non hanno perso il loro fascino. Quattro anni fa la casa d’aste Sotheby’s ha messo in vendita una pietra ritenuta il diamante tagliato più grande del mondo: 555,55 carati, oltre un etto di peso. La gemma si chiama Enigma, è un rarissimo diamante nero, cui viene attribuita l’età di un miliardo di anni. L’ha comprata un imprenditore diventato miliardario con le criptovalute, pagandolo circa quattro milioni e 300mila dollari. I comuni mortali stanno a guardare, con la bocca spalancata.