Lefebvriani, la fine di un equivoco

by azione azione
8 Luglio 2026

I media sono quasi impazziti per il recentissimo nuovo scisma dei lefebvriani dalla Chiesa cattolica. I fatti, per chi non li conoscesse, sono così riassumibili: lo scorso primo luglio nel quartier generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata  a Ecône, nel canton Vallese, nel 1970 da monsignor Marcel Lefebvre (oggi scomparso), due vescovi suoi seguaci hanno ordinato quattro nuovi vescovi. Un gesto che è costata la scomunica, cioè l’esclusione dalla Chiesa cattolica, alla Fraternità. Ai profani può sembrare surreale e anacronistico che un Papa mite come Prevost, in pieno ventunesimo secolo, tiri fuori dal cappello, pardon dalla tiara, una sanzione che sembra provenire dritta dritta dal Medioevo.

Ma chi mastica anche solo un po’ di diritto canonico e conosce l’ABC del cattolicesimo contemporaneo non può meravigliarsene. Anzi. In termini di leggi ecclesiali – partiamo da lì – il Papa non ha fatto letteralmente niente contro i lefebvriani. Al contrario, nelle settimane che hanno preceduto l’ordinazione li aveva pregati di «non lacerare la tunica di Cristo» disobbedendo alle leggi canoniche. Ma nisba. L’appello è caduto nel vuoto  nel momento in cui hanno scelto di ordinare i vescovi senza il mandato, ergo senza il permesso, del Papa che è poi il capo della loro Chiesa. È un po’ come se in un’azienda un capoufficio scegliesse un altro capoufficio senza che il direttore possa dire bah. Un gesto di disobbedienza anti gerarchica che nel diritto canonico comporta la scomunica latae sententiae, cioè automatica: se lo fai sei fuori, punto.

A mio modo di vedere, però, i lefebvriani si sono posti fuori dalla Chiesa da un pezzo. Questo nuovo episodio ripete esattamente quanto era già avvenuto il 30 giugno 1988, quando mons. Lefebvre aveva ordinato quattro vescovi senza l’autorizzazione del Papa di allora, che era Wojtyla, ricavandone la prima scomunica automatica.  Per benevolenza e simpatia di alcuni Papi successivi, i lefebvriani erano poi in un qualche modo stati reintegrati nel gremio della Chiesa. Sempre tra polemiche, tira e molla e col mal di pancia, va detto, ma restavano dentro. L’episodio del 1. luglio va quindi letto come il gesto tecnico formale che hanno deliberatamente scelto per uscire da una Chiesa in cui non si sono mai riconosciuti.

Come avrebbero potuto, del resto? A escluderli, prima ancora dei loro gesti, sono le loro idee. Non si tratta tanto della nostalgia per l’antica Messa in latino, che tra l’altro in una modalità che però non approvano, era stata recuperata da Papa Ratzinger. Si tratta del rifiuto categorico del Concilio Vaticano II, che significa, in definitiva, il rifiuto di dialogare con la modernità. Ciò che appare inconciliabile fra Roma e Fraternità di San Pio X è il modo di rapportarsi al mondo e alle altre religioni. I tradizionalisti rigettano il principio squisitamente conciliare della «libertà di religione» che considerano un cedimento al “liberalismo”. Ecumenismo – diceva mons. Lefebvre – «vuol dire avere ormai un’altra maniera di vedere i nemici (sic!) della Chiesa, di considerarli come fratelli, di avere buone relazioni con essi, di cercare di capirli, di fare loro piacere, d’intrattenere un dialogo coi comunisti, i framassoni, con tutte le religioni, false religioni, coi musulmani, i protestanti, gli ebrei, avere delle buone relazioni con tutte le persone che hanno sempre lottato contro la Chiesa. I musulmani, gli ebrei sono essenzialmente anticristiani, essenzialmente contro Nostro Signore Gesù Cristo (…)». L’esatto contrario del magistero cattolico degli ultimi sessant’anni. Con punte di imbarazzante anti-semitismo (uno dei loro vescovi nega l’esistenza delle camere a gas). Sognano il ritorno ad un regime di Cristianità pre-moderna e alla situazione dottrinale ed precedente il Concilio Vaticano II. Non c’è da stupirsi che siano usciti dalla Chiesa, c’è da stupirsi che fino ad oggi ne facessero parte.