Dal 30 giugno al 17 luglio andrà in scena la 64esima edizione del Festival organistico di Magadino
Come spiega bene Maurizio Sargenti, direttore del Festival organistico di Magadino, che abbiamo incontrato a poche settimane dall’inaugurazione della nuova edizione, l’organo non è «solo memoria del passato, ma strumento vivo, creativo, imprevedibile. Ed è grazie ad esso che il Festival mostra davvero la sua anima: un dialogo tra tradizione e invenzione, tra il silenzio della chiesa, il respiro del lago e la fantasia dell’interprete». Una cura e una dedizione, quelle praticate nei confronti dell’organo del 1902, che hanno portato un gruppo di appassionati a renderlo vivo, costruendoci intorno ogni anno una nuova stagione musicale.
Maurizio Sargenti, perché un festival così importante in un paese di meno di duemila abitanti?
Magadino è un piccolo paese, ma con una storia internazionale. Nell’Ottocento era uno snodo strategico tra il Lago Maggiore, il Gottardo e la Lombardia: porto commerciale, stazione di battelli e capolinea delle diligenze verso il nord Europa. Questa apertura al mondo ha lasciato una forte impronta culturale.
A questo si aggiunge la presenza della chiesa di San Carlo Borromeo, uno degli edifici neoclassici più significativi del Ticino, progettato da Giacomo Moraglia e costruito tra il 1844 e il 1846.
L’organo stesso rappresenta un patrimonio unico: nato nel 1902 grazie all’organaro Natale Balbiani, poi ampliato e trasformato dalla ditta Mascioni nel 1951 e nel 1965, è uno strumento «stratificato», che racconta oltre un secolo di storia organaria italiana. Non è l’organo più grande del mondo, ma possiede una personalità sonora molto riconoscibile. Come si legge nel libro di Giuseppe Clericetti (v. art. correlato), «la qualità vince sulla quantità ». In fondo, il «miracolo di Magadino» nasce proprio da qui: da un piccolo paese che ha saputo trasformare la propria dimensione raccolta in un punto di forza culturale.
Chi ha voluto questo festival e quali grandi personaggi lo hanno attraversato?
Il Festival nasce nel 1963 per volontà di don Aldo Lanini, parroco di Magadino dal 1945 al 1965. Fu una scelta visionaria e coraggiosa: immaginare una rassegna internazionale di musica organistica in un piccolo paese affacciato sul lago sembrava quasi impossibile. L’inaugurazione del 22 giugno 1963 fu affidata addirittura a Marcel Dupré, una leggenda assoluta dell’organo del Novecento. Da allora il Festival ha ospitato oltre 325 organisti e organiste provenienti da tutto il mondo, con quasi 500 concerti realizzati in 63 edizioni.
Tra i grandi nomi passati figurano, tra gli altri: Marcel Dupré, Luigi Ferdinando Tagliavini, Gaston Litaize, Fernando Germani, Guy Bovet, Diego Fasolis, Hans Vollenweider, Victor Togni e Montserrat Torrent, che nel 1964 inaugurò la presenza femminile al Festival. Il Festival ha inoltre promosso concorsi di composizione, corsi di interpretazione e improvvisazione, contribuendo alla crescita della cultura organistica svizzera e internazionale.
Chi è vicino alla musica organistica oggi?
Oggi il pubblico della musica organistica è molto più vario di quanto si immagini. Accanto agli appassionati storici e agli specialisti, si avvicinano molti giovani musicisti, studenti dei conservatori, curiosi della musica dal vivo e persone attratte dall’esperienza immersiva del concerto in chiesa.
L’organo ha inoltre una capacità unica: mette insieme repertori antichi e contemporanei, improvvisazione, cinema muto, contaminazioni artistiche e persino elettronica. Questo permette di dialogare con pubblici differenti.
Vi sono degli scambi con altre realtà organistiche?
Sì, da sempre. Il Festival è nato con una vocazione internazionale e nel corso dei decenni ha costruito relazioni con interpreti, conservatori, accademie e festival di tutta Europa. Molti artisti arrivati a Magadino erano già protagonisti delle grandi scene organistiche internazionali, e spesso il Festival è diventato luogo di incontro tra scuole organistiche diverse: italiana, francese, tedesca, svizzera e iberica.
Esistono inoltre contatti costanti con altre istituzioni musicali e culturali, anche attraverso la commissione artistica, che negli anni ha coinvolto figure di riferimento come Guy Bovet, Diego Fasolis e Paolo Crivellaro.
L’organo nella maggior parte dei casi si trova all’interno delle chiese: risulta comunque facile avvicinarsi a questo strumento?
Assolutamente sì. L’organo nasce storicamente in ambito liturgico, ma oggi è riconosciuto universalmente come uno dei grandi strumenti della musica occidentale. Entrare in una chiesa per ascoltare un concerto d’organo non richiede necessariamente un’esperienza religiosa: è prima di tutto un’esperienza artistica e sonora. L’organo colpisce per la sua capacità orchestrale, per la potenza ma anche per l’intimità dei timbri. Molti spettatori restano affascinati proprio dall’atmosfera: il silenzio, l’architettura, la luce, il rapporto tra spazio e suono. A Magadino questo aspetto è particolarmente forte, perché il Festival vive in un luogo dove il lago, la chiesa e la musica sembrano dialogare naturalmente.
Come costruite la vostra stagione?
La costruzione della stagione unisce ricerca artistica, relazioni internazionali e identità del Festival. Si cerca di mantenere un equilibrio tra grandi interpreti riconosciuti e nuove generazioni. La scelta degli artisti avviene attraverso l’ascolto costante del panorama organistico internazionale, i contatti con conservatori e festival, e gli scambi con altre realtà musicali.
Un elemento importante è anche il rapporto con lo strumento: ogni organo ha caratteristiche proprie, e i musicisti vengono scelti anche in funzione della loro sensibilità verso l’organo di Magadino.
Vi è un appuntamento in particolare che vuole segnalare?
Uno dei momenti più affascinanti del Festival resta il concerto con improvvisazione finale, diventato quasi un rito. Storicamente, durante il concerto veniva consegnata all’organista una «busta gialla» contenente il tema musicale sul quale improvvisare: un momento di grande attesa, in cui il pubblico assisteva alla nascita della musica in tempo reale.
È forse questo l’aspetto più sorprendente dell’organo: non solo memoria del passato, ma strumento vivo, creativo, imprevedibile. In quei momenti il Festival mostra davvero la sua anima: un dialogo tra tradizione e invenzione, tra il silenzio della chiesa, il respiro del lago e la fantasia dell’interprete.
Divulgare la cultura, ovvero parlare con competenza e leggerezza di cose complesse. È una capacità che non sono molti a possedere. In campo musicologico, poi, quando si parla di concetti impalpabili e inafferrabili come melodie, armonie e stili, occorre certo una particolare abilità . Giuseppe Clericetti, musicologo e uomo di radio, questa dote di divulgatore la possiede senza alcun dubbio. Lo sappiamo bene per aver ascoltato i suoi contributi dalle onde di Rete Due, ma anche per i suoi creativi e originali passaggi televisivi quale animatore della trasmissione Paganini. Alle sue doti di intrattenitore affabile e sensibile, Clericetti unisce anche un particolare senso dello humour e un’ironia che rendono ancora più piacevole il suo approccio informativo. E a quella vena potremo senz’altro ascrivere il divertente titolo della ricerca di cui ci occupiamo qui.
Ritroviamo le doti divulgative (sempre scientificamente rigorosissime) anche nelle sue pubblicazioni a stampa. Di recente, infatti, le sue capacità si sono esercitate in vari volumi monografici dedicati all’opera di compositori come Saint-Saëns, Andrea Gabrieli, Claudio Monteverdi, Reynaldo Hahn. Uno dei suoi campi di studio prediletti è legato alla musica per organo. Lo testimonia ad esempio un altro suo studio, quello incentrato sull’organista francese Charles-Marie Widor. Immaginiamo quindi il suo entusiasmo e il suo coinvolgimento quando gli è stata commissionata una ricerca specifica sulla storia del Festival organistico di Magadino. La rassegna, di per sé, è un vero miracolo sulla scena musicale del nostro cantone. Dalla chiesa di San Carlo Borromeo nel piccolo borgo sul Verbano sono passati durante il corso degli anni alcuni dei maggiori solisti di livello internazionale. Sul pregiato organo Balbiani-Mascioni sono state eseguite le più importanti opere del repertorio per organo di ogni epoca, lasciando ricordi indimenticabili in un pubblico di fedeli appassionati.
Clericetti si immerge quindi nella materia, da un lato ricostruendo la storia della manifestazione, e inserendola in una panoramica che coinvolga l’intero territorio in cui si è insediata; dall’altro, ripercorre la storia del particolare strumento che ne è al centro, contestualizzandone le caratteristiche in un più ampio disegno. Ripercorre così lo sviluppo della tradizione «organara» nelle sue vicende lombarde e italiane dal 1700 ad oggi. Entrambi gli aspetti incuriosiscono e ci aiutano a ricostruire le fasi dello sviluppo nella cultura, non soltanto musicale, ma anche artistica e architettonica, in un angolo del nostro cantone. Il racconto è infatti ricco di aneddoti e informazioni che collegano quanto successo a Magadino con altri luoghi e con analoghi avvenimenti. Ciò che disegna un prospetto storico di grande vivacità e interesse.
Molta parte dello scritto, in realtà , è dedicato ad aspetti tecnici che possono a prima vista sembrare piuttosto specialistici. Il nostro consiglio è di non lasciarsi fuorviare da quelle pagine (che sono d’altro canto necessarie per comprendere con precisione la portata e il valore della proposta musicale di Magadino) e di tenere sott’occhio invece il filo conduttore complessivo del racconto di Clericetti. La sua ricerca ha sondato le recensioni ottenute dal festival nel corso degli anni, e ciò gli ha permesso di ricostruire la ricezione locale di una proposta artistica unica e di enorme prestigio. Prestigio, che, inoltre (tratto davvero unico ed eccezionale di questo lavoro), è possibile sperimentare a distanza di anni. Grazie ad alcuni collegamenti intertestuali, tramite QR Code, possiamo risentire oggi concerti di cinquant’anni fa, trasmessi allora in diretta dalla RSI. L’idea è veramente eccellente e trasforma il testo in un viaggio multimediale unico ed originalissimo.

Sessant’anni di note d’organo sulle rive del Verbano
di Alessandro Zanoli
Divulgare la cultura, ovvero parlare con competenza e leggerezza di cose complesse. È una capacità che non sono molti a possedere. In campo musicologico, poi, quando si parla di concetti impalpabili e inafferrabili come melodie, armonie e stili, occorre certo una particolare abilità . Giuseppe Clericetti, musicologo e uomo di radio, questa dote di divulgatore la possiede senza alcun dubbio. Lo sappiamo bene per aver ascoltato i suoi contributi dalle onde di Rete Due, ma anche per i suoi creativi e originali passaggi televisivi quale animatore della trasmissione Paganini. Alle sue doti di intrattenitore affabile e sensibile, Clericetti unisce anche un particolare senso dello humour e un’ironia che rendono ancora più piacevole il suo approccio informativo. E a quella vena potremo senz’altro ascrivere il divertente titolo della ricerca di cui ci occupiamo qui.
Ritroviamo le doti divulgative (sempre scientificamente rigorosissime) anche nelle sue pubblicazioni a stampa. Di recente, infatti, le sue capacità si sono esercitate in vari volumi monografici dedicati all’opera di compositori come Saint-Saëns, Andrea Gabrieli, Claudio Monteverdi, Reynaldo Hahn. Uno dei suoi campi di studio prediletti è legato alla musica per organo. Lo testimonia ad esempio un altro suo studio, quello incentrato sull’organista francese Charles-Marie Widor. Immaginiamo quindi il suo entusiasmo e il suo coinvolgimento quando gli è stata commissionata una ricerca specifica sulla storia del Festival organistico di Magadino. La rassegna, di per sé, è un vero miracolo sulla scena musicale del nostro cantone. Dalla chiesa di San Carlo Borromeo nel piccolo borgo sul Verbano sono passati durante il corso degli anni alcuni dei maggiori solisti di livello internazionale. Sul pregiato organo Balbiani-Mascioni sono state eseguite le più importanti opere del repertorio per organo di ogni epoca, lasciando ricordi indimenticabili in un pubblico di fedeli appassionati.
Clericetti si immerge quindi nella materia, da un lato ricostruendo la storia della manifestazione, e inserendola in una panoramica che coinvolga l’intero territorio in cui si è insediata; dall’altro, ripercorre la storia del particolare strumento che ne è al centro, contestualizzandone le caratteristiche in un più ampio disegno. Ripercorre così lo sviluppo della tradizione «organara» nelle sue vicende lombarde e italiane dal 1700 ad oggi. Entrambi gli aspetti incuriosiscono e ci aiutano a ricostruire le fasi dello sviluppo nella cultura, non soltanto musicale, ma anche artistica e architettonica, in un angolo del nostro cantone. Il racconto è infatti ricco di aneddoti e informazioni che collegano quanto successo a Magadino con altri luoghi e con analoghi avvenimenti. Ciò che disegna un prospetto storico di grande vivacità e interesse.
Molta parte dello scritto, in realtà , è dedicato ad aspetti tecnici che possono a prima vista sembrare piuttosto specialistici. Il nostro consiglio è di non lasciarsi fuorviare da quelle pagine (che sono d’altro canto necessarie per comprendere con precisione la portata e il valore della proposta musicale di Magadino) e di tenere sott’occhio invece il filo conduttore complessivo del racconto di Clericetti. La sua ricerca ha sondato le recensioni ottenute dal festival nel corso degli anni, e ciò gli ha permesso di ricostruire la ricezione locale di una proposta artistica unica e di enorme prestigio. Prestigio, che, inoltre (tratto davvero unico ed eccezionale di questo lavoro), è possibile sperimentare a distanza di anni. Grazie ad alcuni collegamenti intertestuali, tramite QR Code, possiamo risentire oggi concerti di cinquant’anni fa, trasmessi allora in diretta dalla RSI. L’idea è veramente eccellente e trasforma il testo in un viaggio multimediale unico ed originalissimo.
Bibliografia
Giuseppe Clericetti, 2300 canne, Losone, edizioni Poncioni, 2026
