José Muñoz, o l’arte del bianco e nero

by azione azione
17 Giugno 2026

Un’ampia retrospettiva rende omaggio a colui che è considerato uno dei maestri mondiali del genere

«Sono nato sul confine tra la città e la pampa: è lì che sono cresciuto e che ho giocato durante la mia infanzia. Nell’avvicinamento verso questo accumulo di luce che si dissipa, […] io sono già dalla parte in cui le luci si attenuano, tra ombra e luce. E questo appare chiaramente nel mio lavoro di disegnatore, dove il bianco è tutta la luce e il nero è tutta l’ombra».

Fra i grandi maestri del fumetto che hanno offerto al disegno in bianco e nero un nuovo spessore, se non una nuova vita, troviamo senz’altro il nome dell’argentino José Muñoz. La retrospettiva Broken Voices presentata dal Cartoonmuseum di Basilea – la mostra più vasta e profonda organizzata finora in Europa – rende persino evidente la crucialità del suo lavoro, non a caso insignito nel 2007 del Grand Prix de la ville d’Angoulême, uno dei più importanti riconoscimenti mondiali alla carriera di un fumettista.

Una carriera accompagnata del resto da una biografia a tratti romanzesca, ricca di colpi di scena e momenti memorabili come quando a Parigi, nella prima metà degli anni 70, un Muñoz demoralizzato e confuso ritrova Hugo Pratt (lo racconta lo stesso artista argentino in un’intervista su fumettologica.it): «Mugnò! – mi chiamava così – queste tavole non sono male però non ti rappresentano, non c’è personalità! Ti ricordi quello che facevi quando dirigevo Misterix? Lì eri tu. Stavi trovando una tua sintesi. Dov’è finito quel segno?». Un incontro «strategico, magico, quasi come in un fumetto». Poco dopo, infatti, nacque il sodalizio con lo scrittore e sceneggiatore Carlos Sampayo e venne alla luce il personaggio – e la serie – dell’investigatore privato disilluso Alack Sinner, che sancirà il grande successo del duo.

Conviene però fare un passo indietro e tornare a Buenos Aires, in quel «confine tra la città e la pampa» dove il giovane – e prima bambino – José Muñoz, classe 1942, scopre la rivista «Misterix» e soprattutto le storie di El sargento Kirk disegnate da Hugo Pratt e scritte da Héctor Oesterheld. Crescendo si appassiona all’arte e al linguaggio del fumetto, le cosiddette historietas, frequenta l’atelier dello scultore Humberto Cerantonio, si iscrive alla Escuela Panamericana de Arte, dove incrocia Hugo Pratt (che in Argentina restò per oltre un decennio, fino al 1962 circa) e studia con l’argentino Alberto Breccia. In seguito, lavora anche come assistente di Francisco Solano López, celebre per avere disegnato L’Eternauta del già citato Oesterheld. Finché nel 1972, trentenne, con qualche difficoltà finanziaria, un’impasse creativa e una certa malinconia, parte per l’Europa.

Un viaggio non semplice, soprattutto all’inizio: Italia, Spagna, Londra. Due incontri risultano cruciali e li abbiamo già menzionati: quello con Hugo Pratt a Parigi e, nel 1974, quello – abbastanza fortuito – con lo scrittore argentino nato nel 1943 Carlos Sampayo. La serie delle storie di Alack Sinner è ideata lo stesso anno. Viene inaugurata in Italia con la pubblicazione de Il caso Webster nel gennaio del 1975, su «alterlinus», allora neonato supplemento della rivista «linus», prima di sbarcare in Francia sulle pagine di «charlie mensuel».

La straordinaria carriera dell’argentino José Munoz è andata di pari passo con una biografia a tratti romanzesca

Alla sua conclusione nel 2006, la serie conterà circa una ventina di episodi, oggi raccolti in diverse edizioni integrali (le oltre 800 pagine di quella italiana sono pubblicate da Oblomov), e l’antieroico investigatore sarà già considerato come uno dei più grandi personaggi del noir e dell’hard boiled, alla stregua di un Philip Marlowe. È inevitabilmente ad Alack Sinner che è dedicata la prima sala della mostra del Cartoonmuseum, con alcune (irresistibili) tavole originali e un percorso che testimonia «l’evoluzione grafica» di Muñoz, il «virtuosismo della sua linea espressiva che tende verso l’astrazione, verso l’eloquenza del silenzio».

In cinquant’anni di sodalizio artistico, però, Muñoz e Sampayo hanno firmato anche opere diverse: da Sudor Sudaca, più legata ai temi dell’esilio, della memoria e della diaspora argentina, pubblicata inizialmente su diverse riviste (fra cui «Frigidaire») all’inizio degli anni 80, al corale Nel bar (edito integralmente da Oblomov), dedicato a personaggi marginali, intrappolati in una New York notturna e frammentaria, quasi allegorica, dove «l’orrore sembra essere il narratore della propria messinscena». Ed è difficile tacere del fondamentale rapporto – per entrambi – con la musica, a cui la retrospettiva basilese dedica un’ultima sala di grande delicatezza, all’interno della quale gira una playlist dello stesso Muñoz e sul pavimento, al centro della stanza, splende il riflesso di una luce rotonda. Sui muri, illustrazioni di musicisti e altre tavole di fumetti dedicati a personaggi indimenticabili della storia della musica.

In questo senso, sono due i libri a fumetti di Muñoz e Sampayo ad avere lasciato un segno indelebile: Billie Holiday e Carlos Gardel, in italiano pubblicati entrambi dalla casa editrice SUR. Se Billie Holiday – che Alack Sinner incrocerà nel corso della sua vita! – porta in sé, con la sua voce, una lunga lista di altre voci «spezzate» (gli oppressi, le donne, la popolazione afro-americana), Carlos Gardel permette ai due artisti di ritornare alla loro infanzia, al ricordo delle loro famiglie, cogliendo l’anima dell’Argentina nella sua pluralità etnica e culturale.

Come dirà José Muñoz: «Gli americani del Nord hanno prodotto il jazz, Billie Holiday, e noi, quelli del Sud, abbiamo prodotto il tango, Carlos Gardel. Due gigantesche costruzioni dell’America, delle costruzioni di senso provenienti dalle classi popolari, quelle che all’epoca leggevano anche fumetti».

Certo seguire la traiettoria artistica di José Muñoz, la sua – dicevamo prima – «evoluzione grafica», significa da una parte riconoscere le radici di grandi fumettisti del passato, ma anche riconoscere una nuova e prorompente forza del segno, del contrasto, del bianco e nero: sempre più espressiva, emotiva, che sembra segnare delle tappe cruciali a ogni pubblicazione. Lo dice molto bene un artista e fumettista italiano come Lorenzo Mattotti, all’interno del libro Conversations avec Muñoz & Sampayo. Entretiens réalisés par Goffredo Fofi (pubblicato da Casterman, e da cui provengono altre citazioni di questo articolo): «Anche se è l’erede di una tradizione “classica” che va da Milton Caniff a Hugo Pratt, le immagini che crea sono di una forza e di una libertà senza eguali. Siamo di fronte a un’opera in perpetua mutazione. […] Un nuovo fumetto è un nuovo viaggio nell’espressione del tratto. E in questo viaggio Muñoz è capace di andare molto lontano, fino ai limiti della leggibilità. Riesce a distruggere la lettura tradizionale a favore di una lettura emotiva».

È anche per questo, forse, che continuiamo a stupirci, inquietarci e interrogarci davanti alle sue pagine.