Utøya, l’isola che ha sconfitto l’odio

by azione azione
1 Luglio 2026

Quindici anni dopo l’attacco di Breivik un luogo in Norvegia ferito dall'odio torna a essere spazio di incontro, memoria e impegno, dove i giovani imparano che la consapevolezza e il dialogo possono spezzare ogni spirale di violenza

L’MS Thorbjørn è una piccola imbarcazione che può trasportare al massimo 50 persone, un vecchio veicolo da sbarco della marina militare, riconvertito e ribattezzato in onore dell’ex primo ministro laburista Norvegese Thorbjørn Jagland. Da quasi trent’anni fa la spola tra la terraferma e la piccola isola di Utøya che sorge nel lago Tyrifjorden a nord-ovest di Oslo.

Nel tardo pomeriggio del 22 luglio di 15 anni fa il traghetto portò la morte sull’isola. Anders Behring Breivik, un trentaduenne di Oslo, vestito da poliziotto, salì sulla barca armato facendo credere si essere stato mandato lì dalle autorità per proteggere il raduno di giovani che si stava svolgendo sull’isola. Era solo il secondo passo di un piano terroristico, tanto artigianale quanto folle e tristemente efficace. Breivik due ore prima aveva fatto saltare in aria nel centro della capitale norvegese un furgone riempito di esplosivo uccidendo 8 persone e ferendone più di 200. Con la città nel caos, il terrorista riuscì a creare un diversivo per muoversi indisturbato e puntare al suo secondo obiettivo: Utøya.

Breivik colpisce due volte

L’isolotto è modesto nelle dimensioni (la superficie equivale a circa 15 campi da calcio) ma dalla storia significativa. Alla fine dell’Ottocento viene acquistato da un politico locale che diverrà primo ministro, negli anni Trenta passa alla Confederazione sindacale nazionale diventando una meta per numerose organizzazioni del movimento operaio, una colonia estiva per bambini e ospitando Lev Trockij esiliato in Norvegia. L’occupazione nazista durante la guerra cerca di mantenere l’isola come luogo di educazione politica, ma facendo sventolare i vessilli del Governo collaborazionista.

Negli anni Cinquanta Utøya diviene proprietà dell’AUF, il movimento giovanile del Partito laburista. L’isola è scelta quale sede dell’annuale raduno di tutti i giovani militanti. Quando la fresca primavera scandinava lascia spazio a un’instabile ma piacevole estate nordica, i ragazzi dai 13 anni in su si incontrano per conoscersi e iniziare un percorso di impegno politico e sociale. Era questo che Breivik voleva colpire. Figlio di genitori separati, un diplomatico assente e una madre insicura, Breivik, come ha ricostruito la giornalista Åsne Seierstad nel documentatissimo libro-inchiesta Uno di noi, cresce frequentando la comunità multiculturale dei ragazzi appassionati di graffiti e di hip hop. A 18 anni entra nel Partito del progresso, una formazione conservatrice, poi, grazie a un parente, in un’organizzazione massonica. Queste esperienze però lo deludono e lo caricano di frustrazioni. Breivik si isola dal mondo e la sua realtà diventa quella virtuale della Rete e di gamer online. Sviluppa un odio verso la società multirazziale e il Partito laburista. «Hanno rovinato il Paese, hanno femminilizzato lo Stato», dirà a uno dei pochi amici che gli erano rimasti. «Il Partito laburista ha permesso ai musulmani di occuparci». Non ci sarà più via d’uscita.

Il ragazzo che nella sua adolescenza era appassionato di break dance, si dedica maniacalmente a un piano terroristico che, nella sua visione, doveva essere l’inizio di una rivoluzione che avrebbe portato al risveglio razziale dell’Europa bianca. Il 22 luglio 2011 sbarca dall’MS Thorbjørn armato come un soldato in guerra e semina la morte tra i giovani accampati presso l’isola per il raduno dell’AUF. Per quasi due ore, prima di arrendersi, agisce indisturbato. «Alcuni di loro imploravano pietà. “Per favore, non sparare!” Ma lui lo faceva sempre» ha ricordato Åsne Seierstad nella sua inchiesta. Alla fine i morti sono 69, 33 dei quali ragazzi e ragazze sotto i 18 anni.

La Norvegia ha reagito, difendendo i propri valori democratici 

Ma la storia di Utøya non è cristallizzata in questa tragedia. L’isola ha rivendicato la propria vocazione. Dal 2015 è tornata a ospitare i raduni dell’AUF, diventando molto di più: uno spazio aperto ai giovani di tutte le Nazioni, accessibile e inclusivo, dedicato all’apprendimento e alla memoria. Gestita senza sovvenzioni statali da una società per azioni no-profit, ha lo scopo dichiarato nello statuto di favorire l’impegno politico e la partecipazione di ospiti provenienti sia dalla Norvegia che dall’estero per acquisire gli strumenti necessari a creare un mondo migliore. «Siamo uno spazio educativo per i giovani», dichiarano gli educatori. «Crediamo che la conoscenza superi la xenofobia, l’incitamento all’odio e le teorie del complotto».

Il ricordo di quello che accadde è indelebile. La vecchia caffetteria dell’isola, dove morirono 19 ragazzi, è stata conservata come fu trovata. È però ingabbiata in una struttura formata da 495 pali di legno, il numero esatto dei sopravvissuti dell’isola. Dietro, 69 colonne ricordano il numero delle vittime. Un simbolo potente: i sopravvissuti rimangono in piedi e sono e saranno la barriera contro ogni ritorno dell’odio. In un altro punto dell’isola un grande anello d’acciaio, sospeso tra gli alberi, riporta i nomi di chi ha perso la vita. Una scultura vivente, come il ricordo di chi non c’è più. Ondeggia e risuona nel vento e quando si alza la nebbia trattiene gocce d’acqua che ricordano lacrime. Ma Utøya celebra soprattutto la sconfitta di Breivik. La rivoluzione xenofoba che voleva scatenare rimase una folle illusione. La Norvegia, seppur ferita al cuore, non scatenò l’odio repressivo, non ebbe crisi di coscienza, non varò leggi speciali e trattò Breivik come un qualsiasi criminale, sottoponendolo a un regolare processo e condannandolo alla pena massima prevista dal codice: 21 anni.

Anche i leader conservatori di estrema destra al suo processo non vollero esprimere nessuna condivisione delle sue idee. Oggi come 15 anni fa l’MS Thorbjørn solca le gelide acque del Tyrifjorden. Ma chi ritorna sulla terraferma dopo essere stato a Utøya non è più la persona che aveva fatto il viaggio di andata. C’è il dolore per una tragedia indelebile e la consapevolezza di quello che l’odio può causare, ma anche la speranza che esista un modo per spezzare la spirale di violenza senza ricorrere alla feroce trappola della vendetta.