Il denaro come specchio: cosa rivela di noi

by azione azione
1 Luglio 2026

Dalla crisi finanziaria del 2008 a una visione di economia più responsabile, il pensiero di Manuela Pagani Larghi

«Il denaro non è mai solo denaro», sostiene l’economista e counselor Manuela Pagani Larghi (leggi biografia). «Il nostro rapporto con il denaro racconta infatti una storia, personale e collettiva. Nel modo in cui lo guadagniamo, lo spendiamo, lo accumuliamo o cerchiamo di evitarlo, si esprimono paure, desideri, identità e schemi mentali di cui di rado siamo consapevoli». Sul piano collettivo viviamo un’illusione condivisa, spiega l’intervistata. Tant’è che, se domani tutti andassimo a prelevare i nostri soldi in banca, il sistema crollerebbe. «Questo mostra che il denaro è prima di tutto un accordo sociale, un simbolo che funziona solo perché ci crediamo insieme». Dal punto di vista individuale, si carica dei significati che gli attribuiamo: sicurezza, libertà, potere, riconoscimento, controllo. «Spesso mostra le nostre crepe: se il denaro ci rassicura, ad esempio, è perché dentro non ci sentiamo solidi e finiamo per chiedergli conferme». Pagani Larghi sottolinea che questo non è un problema in sé: lo diventa quando non ne siamo consapevoli e lasciamo che i soldi guidino le nostre scelte.

«Se chiedessimo a venti persone cosa rappresenta per loro il denaro, raccoglieremmo un buon numero di risposte diverse. Perché, al di là delle definizioni economiche – mezzo di scambio, riserva di valore, unità di conto – il denaro è soprattutto uno specchio psicologico e relazionale». Una delle sue caratteristiche più sorprendenti – continua la nostra interlocutrice – è che non segue le leggi della natura: non muore mai. Può crescere o diminuire, ma non scompare. «Per questo la sua dimensione sociale è così potente: è un costrutto umano che però governa le nostre vite come se fosse una forza naturale. Un tempo era la comunità a sostenere la persona. Oggi, con i legami sociali indeboliti e la fiducia in crisi, il denaro diventa la scorciatoia più semplice per sentirci al sicuro. Non ha carattere, non chiede relazione, non delude. Ma non può sostituire la comunità».

Tabù e misura di valore

Nella vita professionale il denaro diventa spesso una misura del valore: proviamo gioia o frustrazione quando scopriamo quanto guadagnano i colleghi. Nelle relazioni intime è un tabù: molte coppie non ne parlano, oppure lo fanno solo quando scoppia un conflitto. La gestione del budget – conti separati, uno che controlla tutto, l’altro che delega o condivisione in parti uguali – di rado è una scelta pienamente consapevole: spesso riflette paure, modelli familiari o dinamiche di potere tra le persone. «Il denaro è ovunque nella nostra vita, ma facciamo fatica a nominarlo», dice Pagani Larghi. «È uno dei temi che più ci mette a contatto con noi stessi, e proprio per questo spesso è l’ultimo che scegliamo di affrontare».

L’intervistata ha lavorato per molti anni nel sistema finanziario ma dentro di lei è sempre stato vivo l’interesse per la dimensione sociale e umana. «Il momento decisivo – ricorda – è arrivato nel 2008, durante la crisi finanziaria. Lavoravo come consulente in un grande istituto bancario: mi ritrovavo a gestire portafogli di clienti che non conoscevo. Dovevo spiegare perdite del 50-70% a persone che si fidavano del sistema. È stato umanamente molto difficile e ho capito che quel lavoro non era più in linea con i miei valori. Ero in una “gabbia d’oro”: stipendio, carriera, sicurezza. Ma intanto avevo già iniziato un percorso di counseling, preparandomi al cambiamento. La nascita di mia figlia nel 2013 mi ha dato la spinta decisiva e mi sono licenziata». Quella crisi – secondo Pagani Larghi – ha mostrato i limiti del sistema: salvato con soluzioni tecniche di breve periodo, senza affrontare i problemi di fondo.

«Il capitalismo – spiega – ha portato ricadute positive, almeno per noi “occidentali”: una qualità di vita più alta, migliori livelli di istruzione, più opportunità. Ma non possiamo più ignorare i problemi che ha causato: le disuguaglianze crescenti, la concentrazione della ricchezza in poche mani, la riduzione della mobilità sociale. A questi si aggiungono la pressione insostenibile sulle risorse naturali, la precarizzazione del lavoro, la finanziarizzazione dell’economia che spesso prevale sull’economia reale e la tendenza a trasformare ogni ambito della vita in mercato. Sono limiti strutturali che richiedono nuove idee, nuove regole e un nuovo equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale».

Immaginare il futuro

L’intervistata sostiene che oggi è difficile immaginare un’economia diversa, come se avessimo perso la capacità di pensare alternative reali al modello attuale. «Una nuova economia chiede di essere orientata alla collettività, non all’individuo, e rispondere ai bisogni reali invece che alla logica dell’accumulazione». In questa prospettiva si richiama al pensiero di Charles Eisenstein (L’economia sacra), che parla di un’economia in cui le risorse fluiscono verso i bisogni, non verso la crescita infinita. Tra le proposte che ha ripreso da altri pensatori figura anche il «denaro a scadenza», concepito per stimolare la circolazione della ricchezza e impedire che si concentri nelle mani di pochi.

Per arrivare a un modello di questo tipo serve però una rivoluzione culturale, crede Pagani Larghi: «È necessario ritornare ad essere una vera comunità e non un insieme di individui che pensano solo ai propri interessi». La «Teoria U» di Otto Scharmer – studioso di gestione del cambiamento e docente al MIT di Boston – offre un metodo per favorire la trasformazione: aprire la mente, il cuore e la volontà per lasciar andare i vecchi schemi e permettere al nuovo di emergere. «Non basta la razionalità: serve capacità di ascolto, intuizione e immaginazione. Come sostiene Scharmer, i risultati che produciamo riflettono la qualità della consapevolezza da cui operiamo».

Ciò che conta davvero

Per l’economista, il modo in cui ci poniamo interiormente determina la qualità delle nostre relazioni e azioni. «Nel contesto della Comunicazione non violenta si afferma che ciascuno di noi è responsabile dei propri sentimenti e comportamenti. Questo ci dà un bel margine di azione, individuale e collettivo: possiamo orientare la nostra vita verso ciò che ci fa stare bene, ma serve riportare attenzione e intenzione su ciò che conta davvero, rallentare, in un mondo che va sempre più veloce, e riconnetterci alla nostra dimensione relazionale. Non alla logica del profitto».