Ogni disco un mondo a sé

by azione azione
1 Luglio 2026

Nayt, Fulminacci e Chiello, anche attraverso i loro recenti album, ci aiutano a capire cosa sta a cuore ai giovani oggi

Ogni disco è un mondo a sé. Soprattutto se si parla di cantautorato, dietro alle canzoni che compongono le tracklist ci sono spesso esperienze vissute o immaginate, domande e conclusioni, scoperte e valori. Insomma: contengono talmente tanta vita che è un peccato quando la musica viene ridotta a qualcosa di «leggero» (o addirittura, come direbbero con ironia Colapesce Dimartino, di «leggerissimo»).

Oltre a essere l’evento mediatico italiano più nazionalpopolare di tutti, il Festival di Sanremo è una vetrina promozionale enorme che gli artisti provano a sfruttare per potersi raccontare a un pubblico ampio e trasversale. E, infatti, quasi tutti i cantanti in gara finiscono per pubblicare nuova musica nella settimana della kermesse o nelle successive. Tra tutti i progetti che sono usciti quest’anno, tre dischi in particolare ci possono venire in soccorso per poter comprendere come sono i giovani di oggi. Nayt, Fulminacci e Chiello hanno infatti tre modi differenti di fare musica, anche se condividono alcune attitudini e radici.

Il punto comune a tutti e tre gli album di giovani cantanti italiani di recente uscita è lo stretto contatto con la fragilità

Nayt, sesto classificato a Sanremo con Prima che, ha pubblicato lo scorso 20 marzo il suo nono album in studio io Individuo (Columbia Records / Sony Music). Fulminacci, che a Sanremo si è posizionato subito dopo di lui con il brano Stupida sfortuna, ha lanciato il 13 marzo il suo quarto disco Calcinacci (Maciste Dischi/Warner Records Italy/Warner Music Italy). Infine c’è Chiello, che con la sua Ti penso sempre a Sanremo è arrivato venticinquesimo: il 20 marzo ha pubblicato Agonia, il suo quarto album in studio per Island Records/Universal Music Italia.

io Individuo, il nuovo lavoro di Nayt

Perché questi tre progetti contengono la chiave per comprendere di che pasta sono fatti i nostri giovani? I motivi sono molteplici, ma basta ascoltare le loro canzoni per capire che forse il punto comune più evidente è un io che vive a stretto contatto con la fragilità. Una fragilità che finalmente non è più un tabù, ma anzi un terreno comune, condiviso con tanti altri. Questo raccontarsi come fallibili – come umani, appunto – è una conquista delle nuove generazioni, che sono sempre più abituate a confrontarsi su temi fondamentali come quello della salute mentale. Ed è interessante vedere come il racconto di questa fragilità possa essere realizzato in modi differenti.

Se ad esempio Fulminacci si presenta come un cantastorie della vita quotidiana, con immagini semplici in cui tutti possono immedesimarsi senza troppa fatica, la testimonianza di Chiello è più urgente, gridata e viscerale. Per parlare dei suoi mostri, Chiello ci fa immergere nel dolore e ci chiede di stargli a fianco, senza la paura di dare nomi anche a ciò che è più oscuro. Infine c’è Nayt che questa vulnerabilità la analizza con un approccio quasi scientifico. Con il suo ultimo album io Individuo (l’uso delle minuscole e maiuscole è voluto) quasi disseziona l’umano, così come ha recentemente fatto lo psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi nel suo interessante volume Corpo, umano (Einaudi, 2024). Per parlare della fragilità della sua generazione, Nayt (vero nome William Mezzanotte) ha infine deciso di entrare con coraggio all’interno delle proprie ansie e frustrazioni, utilizzando il suo stile unico che spazia dal rap al cantautorato, soffermandosi sul conscious hip hop.

Insomma: guardarsi dentro fa paura, ma i nostri artisti sembrano ricordarci che la condivisione del proprio senso di smarrimento può essere una chiave per poterlo fare senza sentirsi giudicati o sbagliati. Se Nayt testimonia questa difficoltà nel comprendere la propria identità in maniera riflessiva, Fulminacci punta tutto sul suo piglio malinconico e senza dubbio ironico. Chiello (all’anagrafe Rocco Modello), invece, è a tratti disperato, come testimonia il titolo del suo album, Agonia. A proposito di questo termine, ha dichiarato all’ANSA: «Non do un’accezione negativa, “Agonia” non è intesa solo come dolore. Arriva dal greco e significa conflitto, anche interno, e non è sempre un male. Il conflitto aiuta a crescere e ti porta all’evoluzione. Mi rappresenta molto».

Questi tre modi differenti di vivere e di raccontare il proprio vuoto dicono molto di noi e, forse, sono la fotografia di un ventaglio di sentimenti che tutti noi conosciamo, chi più chi meno: dall’ironia alla rabbia, passando per la razionalità più pura. Fulminacci (vero nome Filippo Uttinacci) ha deciso di intitolare il suo ultimo album Calcinacci. Il motivo? A «Il Manifesto» ha spiegato: «Spesso parlo di macerie emotive che riguardano la mia vita privata, ma è un discorso che si può sicuramente estendere alla mia generazione in generale». Aggiungendo poi: «Sono molto curioso di sapere come vengono recepite le cose dagli ascoltatori e sono loro stessi a farmi capire ancora meglio quali sono le macerie di cui parlo». Una condivisione su ciò che sembra distrutto ma che – lui ne è certo – contiene anche aspetti positivi. Elementi, insomma, dai quali poter ricominciare per una ricostruzione.

La cover di Calcinacci, nuovo album di Fulminacci

Nayt, invece, ha pensato a un disco che vuole essere un racconto del rapporto tra individuo e società. Come dicevamo, la sua ricerca è quasi scientifica; nei meandri di questa ricerca scappa da quell’egoriferirsi simbolo dei nostri tempi e, anzi, si concentra proprio sul rapporto di ognuno con il mondo che lo circonda. Per lui l’io esiste solo in funzione di una relazione con altro che è differente da sé. Da questo punto di vista, è interessante il suo modo di raccontare il mondo femminile. Lo fa ad esempio con la canzone Punto d’incontro. «La mia volontà è cercare di comprendere questo mondo (quello femminile, ndr) sempre di più, sempre più nella nella sua completezza, fallendo ogni volta». Nayt ha poi aggiunto: «Ma è anche questo il bello, continuare a tendere verso l’altro, in questo caso verso il mondo delle donne. Io cerco tanto questo nella mia vita e anche nella musica. Credo che sia molto interessante poterne parlare, credo che sia anche molto interessante che un rapper possa parlarne oggi».

Infine c’è Chiello, che è andato a registrare il suo disco Agonia ai Pachyderm Studio in Minnesota. E infatti tutto il progetto contiene richiami al rock alternativo made in USA degli anni Novanta. Una sintesi perfetta delle sue canzoni è la fotografia che il cantautore lucano ha scelto per la copertina. Si tratta di uno scatto meraviglioso di Todd Hido tratto dalla raccolta House Hunting. Mostra una casa circondata dalla neve, in uno dei tanti sobborghi americani. Alcune luci che escono dalle finestre ci dicono che è abitata. Ma, nonostante questo, sentiamo un grande senso di mistero e sospensione. Lo stesso che canta nei suoi brani, perché nella realtà ci sono poesia e malinconia.