Esperienza vissuta o rappresentazione idealizzata?

by azione azione
1 Luglio 2026

Non è un buon momento per la fotografia di viaggio. Irretiti dall’apparente facilità, scattiamo troppe foto che poi dimentichiamo nelle memorie digitali. E quando guardiamo un’immagine con più attenzione, magari per condividerla sui social, raramente ci soddisfa. Non a caso molti turisti intervengono sulle loro fotografie utilizzando gli strumenti disponibili negli smartphone: Clean Up in Apple Foto, Magic Eraser in Google Foto e così via. Col loro aiuto è facile cancellare dettagli indesiderati – un cestino, un palo, un cartello, un cavo elettrico – ricostruendo poi lo sfondo.

In realtà il fine principale dell’intervento è spesso rimuovere la folla degli altri turisti nelle attrazioni più famose. In fondo non è neppure una novità: da almeno un secolo, anche prima delle nuove possibilità offerte dalla tecnologia, i turisti cercano di ridurre al minimo la presenza dei loro simili nelle fotografie scattate in viaggio, scegliendo orari meno affollati per le riprese o punti di vista particolari. Ci si potrebbe chiedere perché lo facciamo; dopotutto anche noi siamo turisti, al pari di tutti gli altri, e al limite la nostra presenza è ugualmente sgradita nelle foto altrui. È forse una forma di nascosta autocritica? Inconsciamente desideriamo un turismo senza turisti?

Di certo dal 2010, con l’introduzione su larga scala della fotocamera frontale, dapprima sull’iPhone 4 e poi su tutti gli altri dispositivi, è diventato più facile conquistare il centro della scena. Non a caso già nel 2013 selfie era la parola dell’anno per il prestigioso Dizionario di Oxford. Ma resta il problema di cancellare la concorrenza.

Va detto che anche gli uffici di promozione turistica incoraggiano questa nostra inclinazione. Nelle foto pubblicitarie dei cataloghi patinati e dei portali online raramente si vedono raffigurati quei turisti ai quali pure si rivolgono.

Un esempio perfetto è la meravigliosa Baia di Ha Long, nel Vietnam nord-orientale, patrimonio UNESCO, punteggiata di oltre mille isolotti e scogli calcarei. La sua immagine turistica canonica è quasi sempre una baia vuota, silenziosa, verde, sospesa nella foschia, con poche giunche tradizionali a creare una macchia di colore. Ma la realtà è assai diversa: nel 2024 Ha Long ha accolto oltre tre milioni di visitatori e l’anno scorso cinquecento imbarcazioni per turisti navigavano in quelle acque. Anche qui la fotografia turistica non mostra semplicemente il luogo, ma lo «ripulisce» da tutto quello che rende l’esperienza possibile; cancella i pontili, le file di barche, i giubbotti di salvataggio, le escursioni a orari fissi. L’immagine promozionale promette al turista di arrivare da solo e per primo davanti a un paesaggio intatto, ma così facendo crea un’aspettativa irrealistica, idealizzata, che il visitatore cercherà poi disperatamente di ripristinare nei suoi scatti, quando la realtà si mostrerà ben diversa.

Per questa via, alla fine il turista porta a casa non il luogo com’era, ma come lo aveva immaginato prima della partenza. In questo modo però le sue fotografie avranno ben pochi punti di contatto con l’esperienza vissuta, anche se magari colpiranno altri aspiranti viaggiatori attraverso Instagram. Del resto, spesso è proprio questa la funzione dei post sui social: sollecitare ammirazione, destare invidia. Peraltro non è solo una questione estetica. A causa dell’affollamento di visitatori, la Baia di Ha Long è sotto pressione ambientale e sociale: rifiuti, rumore, sovraffollamento. Il paradiso senza esseri umani della pubblicità è prima di tutto un sistema complesso, affollato, fragile, che ha bisogno di essere riconosciuto come tale e gestito correttamente.

In molti altri ambiti del consumo la disillusione genera disaffezione, allontana il cliente. Nel turismo invece accade spesso il contrario. Qui, a quanto pare, non si impara mai la lezione. Anche quando una destinazione ci ha deluso, coltiviamo l’illusione che il prossimo anno tutto andrà per il verso giusto, quasi per magia. Che fare dunque? Con estrema coerenza, e sul filo del paradosso, potremmo compiere un ultimo passo decisivo: inserirci digitalmente in un’immagine e risparmiarci così la spesa di andarci davvero. Oppure – ed è la scelta che mi sembra più onesta – potremmo accettare la realtà così com’è, magari come premessa per cambiarla davvero senza abbellimenti e trucchi tecnologici; potremmo fare pace con noi stessi e con il turismo contemporaneo, con il mondo e con la sua rappresentazione.