La nuova anestesia ostetrica punta su sicurezza, ascolto e qualità dell’esperienza
Per la dottoressa Alessandra Lauretta, specialista anestesista e responsabile di anestesia ostetrico-ginecologica all’ORBV EOC, il successo ha il volto di una donna in piedi in sala parto, serena, mentre mangia fragole durante il travaglio. Una scena che racconta più di molte statistiche: «Quella futura mamma aveva già una peridurale (anestesia che riduce il dolore del parto) in corso e la trovai tranquilla, rilassata, quasi stupita di stare bene. La levatrice mi confermò che tra poco avrebbe iniziato a spingere, eppure non c’erano urla, paura o tensione. Solo calma. Il giorno dopo, con il bambino in braccio, quella donna mi disse: Dottoressa, lei fa il lavoro più bello del mondo!».
È da immagini come questa che inizia il nostro colloquio con la specialista in anestesia ostetrica. Perché oggi parlare di partoanalgesia non significa soltanto parlare di tecniche contro il dolore, ma di qualità dell’esperienza della nascita, di ascolto, di relazione e soprattutto di sicurezza. La parola «partoanalgesia» comprende infatti realtà molto diverse e la dottoressa ricorda che esistono diverse forme naturali di sollievo del dolore («movimento libero, massaggi, acqua calda, musica, impacchi») che aiutano molte donne a vivere meglio il travaglio. E spiega: «Il dolore del parto è estremamente soggettivo, e sentirsi accolte e al sicuro ne modifica la percezione». Accanto a queste modalità esistono poi tecniche più medicalizzate fra le quali la più diffusa, «considerata oggi il gold standard internazionale» è la peridurale: «Cioè l’iniezione di anestetico nello spazio epidurale, vicino alle terminazioni nervose che trasmettono il dolore del travaglio. Ma esistono diverse opzioni, calibrate sulla situazione clinica e sui bisogni della donna che, grazie a un colloquio preliminare con l’anestesista, può scegliere in modo consapevole il percorso più adatto a sé». Inoltre, la specialista sottolinea: «L’idea che “partorire significhi soffrire” ha pesato a lungo sull’immaginario collettivo, e per molte donne esiste ancora il timore di chiedere aiuto, come se un parto senza dolore fosse un parto meno autentico. Ma oggi sappiamo che non è così».
Di fatto, nel 2018 anche l’Organizzazione mondiale della sanità ha ribadito che ogni donna ha diritto non solo a un parto sicuro, ma anche a un’esperienza positiva della nascita e ciò significa «poter chiedere analgesia nel momento in cui ne sente il bisogno, senza dover “resistere” fino a una determinata dilatazione». Lauretta sottolinea quindi: «La richiesta della donna è già un’indicazione sufficiente; il problema è che molte future mamme ancora non lo sanno». Per questo, l’informazione diventa fondamentale: nell’ospedale dove lavora, ogni donna che programma il parto ha l’opportunità di incontrare preventivamente un anestesista, «non per decidere subito, ma per arrivare preparata. Dico sempre: oggi non deve scegliere nulla. Oggi serve a capire quali possibilità esistono, così al momento del travaglio potrà fare una scelta consapevole».
Nel 2018 l’OMS ha ribadito che ogni donna ha diritto non solo a un parto sicuro, ma anche a un’esperienza positiva della nascita
La partoanalgesia moderna, inoltre, è molto diversa da quella di qualche decennio fa. «Le tecniche attuali consentono nella maggior parte dei casi di muoversi, camminare e partecipare attivamente al parto. La donna mantiene il controllo del proprio corpo e l’interferenza con il travaglio è minima», spiega. Anche sul fronte della sicurezza i dati sono rassicuranti: «La peridurale viene studiata da oltre trent’anni e le evidenze scientifiche mostrano che non peggiora le condizioni del neonato né ostacola l’avvio dell’allattamento». Diverso il discorso per alcuni farmaci somministrati per via endovenosa, come gli oppioidi, che possono attraversare la placenta. «Ma anche in questi casi i protocolli moderni e il monitoraggio continuo permettono di mantenere elevati standard di sicurezza».
Naturalmente, ogni donna è diversa e ogni parto richiede un approccio personalizzato. «La tecnica migliore dipende dalla situazione clinica, dalla fase del travaglio, ma anche da ciò che fa sentire quella donna più al sicuro», dice Lauretta. «Noi possiamo avere protocolli perfetti, ma senza relazione e fiducia manca qualcosa di essenziale». Ed è qui che entra in gioco il lavoro di squadra, per spiegare il quale la specialista usa l’immagine musicale di una sala parto come un’orchestra: «La mamma è il direttore d’orchestra; levatrici, anestesisti, ginecologi devono suonare insieme, senza dissonanze, perché messaggi contraddittori, ansia e incomprensioni possono trasformare un’esperienza delicata in un momento di disagio, ansia o paura».
Durante un parto fisiologico la figura centrale resta quella della levatrice: «È lei che accompagna davvero la donna durante il travaglio, creando empatia e fiducia». L’anestesista, invece, «è un po’ come un regista dietro le quinte: lo specialista del comfort ma anche della sicurezza». Ed è proprio la sicurezza uno dei punti su cui Lauretta insiste maggiormente. Pur sostenendo la necessità di umanizzare sempre di più la nascita in ospedale, la specialista si dice perplessa verso parti in ambienti non medicalizzati, e ricorda: «Ogni parto, anche il più fisiologico, può complicarsi improvvisamente. Per questo, la nascita in ospedale resta fondamentale». L’obiettivo, allora, è rendere l’ospedale sempre più accogliente senza rinunciare alla capacità di intervenire rapidamente in caso di emergenza: «Sale parto confortevoli, tecnologie meno invasive visivamente, ambienti caldi e personale formato sono parte di questa trasformazione».
In questo percorso si inserisce anche il recente riconoscimento ottenuto dal centro dove lavora Lauretta: la certificazione SOAP – Center of Excellence, assegnata dalla Society for Obstetric Anesthesia and Perinatology, una delle principali società scientifiche mondiali nel campo dell’anestesia ostetrica, che viene attribuita soltanto agli ospedali che rispettano rigorosi standard internazionali di qualità e sicurezza: «Non conta solo la presenza di protocolli clinici aggiornati, ma anche l’organizzazione complessiva del sistema». Tra i requisiti richiesti ci sono «la presenza continuativa dell’anestesista 24 ore su 24, la collaborazione multidisciplinare tra anestesisti, ginecologi e levatrici, la formazione continua del personale e l’utilizzo di simulazioni per prepararsi alle emergenze ostetriche». Anche l’organizzazione pratica viene valutata nei dettagli: «Si deve documentare perfino come sono sistemati i carrelli dell’emergenza che devono essere identici in ogni sala, così tutti sanno immediatamente dove trovare ciò che serve». Un altro elemento decisivo è la raccolta sistematica degli indicatori di qualità: «Complicanze, percentuali di anestesia generale nei cesarei, efficacia dei protocolli e soddisfazione delle pazienti». E osserva: «L’eccellenza non è perfezione, ma la capacità di migliorarsi continuamente osservando i propri dati in modo oggettivo». Per questo, è essenziale anche un follow-up post parto. «A ventiquattro ore dalla nascita le donne vengono ricontattate per verificare eventuali problemi fisici ma anche per raccogliere impressioni ed emozioni sull’esperienza vissuta, e oggi possiamo documentare che il 94 per cento delle pazienti seguite nel nostro percorso si dichiara soddisfatto o molto soddisfatto».
Alle donne che temono il dolore del parto, Lauretta manda un messaggio semplice: «Informarsi bene e non avere paura di chiedere aiuto. In Svizzera abbiamo metodi molto efficaci e sicuri per controllare il dolore durante il parto. Ma è importante affidarsi a informazioni corrette, parlandone con professionisti preparati». E guardando al futuro, immagina una medicina sempre più capace di unire competenza tecnica ed empatia. «Mi auguro che noi operatori sanitari diventiamo sempre più un’orchestra», conclude. «Un’orchestra che ruota attorno alla mamma, che deve restare sempre al centro di tutto».
