Doppio anniversario per l’autore dell’opera L’unico e la sua proprietà, un libro dall’aura maledetta
è il doppio anniversario della nascita e della morte di Max Stirner, pseudonimo di Johann Caspar Schmidt (dalla fronte molto alta: Stirn, fronte; maxima, Max). Nasce a Bayreuth il 25 ottobre 1806 e muore a Berlino il 25 giugno 1856. Ha scritto solo un’opera, particolarmente interessante: Der Einzige und sein Eigentum (L’Unico e la sua proprietà).
Edita nel 1844, anche se porta la data del 1845, dall’editore Wigand di Lipsia che pubblica i testi della sinistra hegeliana. Studia al liceo classico e poi segue i corsi all’università di Berlino con Hegel e Schleiermacher. Qui insegna in un istituto femminile per ragazze di buona famiglia, dal 1839 al 1844. Viene lasciato dalla moglie e inizia un periodo di fame e povertà con anche il carcere. Muore solo, abbandonato da tutti.
Ma vediamo il contesto storico. All’origine di tutto c’è il declino del Cristianesimo e la ricerca di un’altra religione. Con l’Umanesimo e il Rinascimento abbiamo il libero pensiero laico che ne prende il posto.
Hegel muore nel 1831; a Parigi nel 1830 scoppia la rivoluzione e in Prussia il clima diventa soffocante. Gli allievi di Hegel si dividono fra destra e sinistra dopo la pubblicazione della Vita di Gesù di David Friedrich Strauss nel 1835-37. Un testo fondamentale al quale fa eco l’Essenza del cristianesimo di Ludwig Feuerbach del 1841. Feuerbach sostituisce Dio con l’uomo; nota la proposizione Homo Homini deus est. Se Hegel ha una concezione dialettica astratta legata alla metafisica dello spirito, Feuerbach mantiene lo stesso modello esistente tra soggetto, Dio, e predicato, lo spirito. Al posto di Dio mette, quindi, l’uomo e al posto dello spirito l’altro. In pratica un io-tu: un io riferito all’altro. Ha ridotto la teologia all’antropologia. Ma l’impianto di dipendenza soggetto-predicato è lo stesso.
Stirner, quale componente della sinistra hegeliana, si inserisce nel dibattito e cerca di smontare questo meccanismo. Stirner, scrive Giorgio Penzo, uno dei suoi più acuti studiosi, «vede l’essenza del sacro e quindi della religione non già in un determinato oggetto ma nella natura di un rapporto». Stirner decide di non servire Dio, l’Umanità, il Bene, ma solo sé stesso. Una scelta esistenziale. Dio o l’uomo divengono di conseguenza l’Io; un Io unico. Proprietà di sé stesso senza condizioni di dipendenza. Lo Stato, la società, l’umanità non sono altro che un’emanazione dell’Io. Stirner discetta della famiglia, della società, dello Stato, demitizzandoli e proponendo una situazione di rivolta. Di rivolta si badi bene e non di rivoluzione; non di qualcosa che cambi la società, bensì di qualcosa che cambi l’interiorità del soggetto.
Scrive: «Io voglio soltanto essere Io; Io disprezzo la natura, gli uomini e le loro leggi, la società umana e il suo amore, e recido ogni rapporto generale con essa, perfino quella del linguaggio. A tutte le pretese del vostro dovere, a tutte le designazioni del vostro giudizio categorico contrappongo l’atarassia del mio Io… Io sono l’indicibile».
Alla fine, si chiede se è ancora valida la questione su che cosa sia l’uomo, e con questo la sua realizzazione; mentre per lui la domanda giusta è: «Chi è l’uomo?». E questa si risponde da sé: Io, proprietario del mio potere.
Vi è poi la differenza fra società e associazione. La prima è stereotipata nelle sue leggi e nei suoi doveri, mentre la seconda si fonda nel libero e continuo incontro di interessi e convergenze. Nel primo caso, per esempio, fa notare Svein Olav Nyberg, l’incontro fra padre e figlio è solo un dovere, nel secondo una reciproca volontà.
L’Unico termina così: «Se io fondo la mia causa su di me, l’unico, allora essa poggia sull’effimero, sul mortale creatore di sé, che consuma sé stesso, e io posso dire: ho fondato la mia causa sul nulla».
Il libro viene stampato in mille copie e l’editore il 26 ottobre 1844 lo sottopone alle autorità. Due giorni dopo viene sequestrato con questa motivazione: «Poiché non solo in singoli passi di tale scritto Dio, Cristo, la Chiesa e la religione vengono trattati con la più irriguardosa blasfemia, ma tutto l’assetto sociale, lo Stato e il governo vengono definiti come qualcosa che non dovrebbe più esistere…». Il 2 novembre viene dissequestrato perché ritenuto troppo assurdo.
Appena stampato, le recensioni sono entusiaste. Ma anche nella corrispondenza fra Engels e Marx, Feuerbach al fratello e Ruge all’editore. Engels scrive che si sarebbe scoperto nell’Unico «un nucleo sostanzioso di verità». Feuerbach parla di un’opera di «estrema intelligenza e genialità». Ruge dice che «le poesie di Heine e L’Unico di Stirner sono le due “apparizioni più importanti degli ultimi tempi”. Poi tutto comincia a sgretolarsi e cambiano idea. Marx ed Engel nell’Ideologia tedesca gli dedicano ben 320 pagine nelle quali, scrive Roberto Calasso, le affermazioni di Stirner vengono isolate, aggredite, malmenate». Kuno Fischer fiuta in lui la barbarie e da allora in poi non si sarebbe più parlato di lui come di un filosofo, ma come di un prigioniero fra i delinquenti, i truffatori e gli straccioni dello spirito. Il libro acquista così un’aura maledetta, famigerata, pornografica.
Poi ci sono i silenzi incomprensibili; quello di Nietzsche, quello di Lukács, quello di Heidegger. Fino all’arrivo dello scozzese John Henry Mackay che se ne incapriccia e, dopo anni di devote ricerche, nel 1898, ne pubblica una biografia. Da allora il suo nome è associato, forse non propriamente, a quello dell’individualismo anarchico.
Sono stati influenzati direttamente, o indirettamente, dal suo pensiero, oltre ai personaggi citati, Erich Mühsam, Knut Hamsun, Jack London, Robert Aldrich, Juliette Gréco, Jean-Paul Sartre, Henri Arvon, lo psichiatra Ludwig Binswanger, Oskar Panizza, Fedor Dostoevskij, Orson Welles…
