In Italia si è votato per le amministrative: l’ultimo test prima delle elezioni politiche del 2027. Quando Giorgia Meloni ha perso il referendum sulla giustizia, il centrosinistra ha pensato di avere la vittoria in tasca. Non è così. A Venezia, contro ogni previsione, la destra ha vinto al primo turno. Inoltre ha conquistato l’altro capoluogo di Regione in palio, Reggio Calabria. Nella città lagunare il Partito democratico ha sbagliato candidato, proponendo ai veneziani un uomo d’apparato, mentre il centrodestra indicava un giovane radicato sul territorio. Venezia, come Genova, è storicamente una città di sinistra. Si è spostata a destra, come Genova, non in nome di un estremista, ma di un imprenditore: a Genova Bucci, a Venezia Brugnaro. A Genova il centrosinistra ha messo in campo una forte personalità come quella di Silvia Salis, e ha riconquistato la città; a Venezia non ha saputo trovarla. Al Sud la sinistra si è salvata grazie alle vecchie volpi. Vincenzo De Luca dimostra che a volte un po’ di populismo fa bene anche alla sinistra. Mirelli Crisafulli ha avuto un percorso giudiziario tormentato, che ha ispirato la battuta: «Se fossi di Forza Italia, sarei già a Guantanamo».
La battaglia delle prossime politiche è quindi apertissima: il centrodestra ha una riserva di voti più ampia di quella del centrosinistra, tanto più che finirà per allargarsi o a destra, con il generale Vannacci, o al centro, con Carlo Calenda. E poi alle politiche si vota di più che alle amministrative, perché si vota sulle tasse. E si sa che sulle tasse, come sull’immigrazione, l’opinione pubblica si fida più della destra che della sinistra. Se invece il discorso va su scuola, sanità, salari, prezzi, le cose possono cambiare. Ma il centrosinistra ha un disperato bisogno di individuare pochi punti su cui insistere da qui al voto. I più importanti sono due. Primo: i giovani. Se vogliono sperare di vincere, Elly Schlein e Giuseppe Conte devono riportare alle urne i giovani che hanno votato al referendum e si sono astenuti alle amministrative. Salario minimo; limiti al precariato; un piano per far rientrare i cervelli fuggiti all’estero; aiuti per la prima casa e per chi mette su famiglia. Secondo: la difesa del ceto medio. No a nuove tasse, che non sarebbero pagate dai grandi patrimoni al sicuro nei paradisi fiscali, ma da salariati e pensionati, cioè la base elettorale del centrosinistra. Sì alla defiscalizzazione degli aumenti di stipendio: troppi contratti di categoria sono bloccati; se lo Stato rinunciasse a tassare gli aumenti, sarebbe più facile per i datori di lavoro rinnovare i contratti.
Meloni resta nervosa
A destra, Giorgia Meloni appare in ripresa dopo la botta del referendum. Eppure resta nervosa. Trump agli italiani non piace, neppure a quelli di destra. La guerra in cui si è impantanato in Iran piace ancora meno. Ma sarebbe sbagliato darla per finita. È una leader vera, è una donna tosta, dura con se stessa prima che con gli altri. Si batterà sino alla fine. A destra cresce Roberto Vannacci. I suoi voti non sono solo voti filofascisti ma voti di persone che non si sentono rappresentati dagli attuali partiti. Che non condividono linguaggio e valori considerati scontati, come l’uguaglianza degli esseri umani, indipendentemente dal colore della pelle e dagli orientamenti sessuali e politici. E sono voti gonfiati da paura, inflazione, angoscia dei ceti popolari, impoverimento del ceto medio. E dal fatto che Meloni ha dovuto fare i conti con la realtà, dall’enorme debito pubblico italiano alla difficoltà di gestire i flussi migratori. Per questo l’ala più arrabbiata, più anti-sistema della destra la abbandona e vota Vannacci. Dall’altra parte del quadro politico ci sono i Cinque Stelle. Ho intervistato Giuseppe Conte. Mi è parso in palla. Dice che l’obiettivo del suo movimento non è inasprire la tassazione. Vorrebbe alleggerire il peso fiscale e burocratico su chi apre una saracinesca, su chi tiene in piedi una fabbrica. In effetti, la vera ricchezza da tassare è quella di chi sta seduto dietro una scrivania a spostare masse enormi di denaro. La politica dovrebbe aiutare l’economia reale, e colpire l’economia finanziaria che si arricchisce parassitariamente.
Vedremo se su questo punto Elly Schlein interverrà. La leader del Pd è spesso vista come più attenta ai diritti civili che a quelli sociali, ma lei respinge questa distinzione: chi subisce discriminazioni ha più difficoltà a lavorare e fare impresa. Anche lo sfruttamento e la crisi climatica colpiscono soprattutto le fasce e i Paesi più poveri. Diritti, ambiente e contrasto al patriarcato, secondo lei, fanno parte della stessa battaglia. Resta da vedere se questa visione convincerà una società italiana in cerca di cambiamento.