Nelle città fantasma americane il tempo si è fermato

by azione azione
27 Maggio 2026

Dalle ghost town minerarie, ormai polverose e in parte turistiche, alle città che si spopolano oggi:un declino diffuso fatto di case vuote a macchia di leopardo e infrastrutture sovradimensionate

Da NEW YORK – I grattacieli di Manhattan, i neon di Times Square, i diner aperti tutta la notte, gli hamburger, i Levi’s: l’America del Novecento è stata «esportata» così tante volte da essere ormai ovunque. L’immaginario Usa è stato replicato in ogni angolo del mondo occidentale. Restano però luoghi impossibili da imitare, dove gli Stati Uniti continuano ad appartenere soltanto a loro stessi. Pensiamo alla tumbleweed del West, la classica palla di salsola che rotola sulle strade deserte, le pompe di benzina arrugginite davanti a saloon dalle vetrine in frantumi, le insegne scolorite dal sole del Nevada, della California. Oggetti che ricordano una vita che un tempo c’era e ora non più, a testimonianza di città che oggi restano gusci secchi.

Le mitiche ghost town – le città fantasma – sono il lascito più visibile della febbre dell’oro che nella seconda metà dell’Ottocento spinse migliaia di persone verso la California, inseguendo l’idea di una fortuna nascosta oltre l’orizzonte. Arrivavano dal resto degli Stati Uniti, ma anche dall’Europa e dalla Cina. In territori quasi disabitati comparvero città costruite attorno alle miniere: pensioni, case e botteghe di legno, stalle, taverne e i celebri saloon. Comunità nate rapidamente e spesso destinate a scomparire con la stessa velocità, esaurito il metallo giallo.

La corsa all’oro lasciò luoghi devastati 

Bodie, nella Sierra Nevada californiana, è tra i casi più famosi. Fondata dopo la scoperta di un giacimento nel 1859, arrivò a sfiorare i diecimila abitanti nel pieno del boom minerario. Più di duemila edifici punteggiavano le colline aride ai margini delle montagne, meta di minatori, commercianti, avventurieri e criminali. Le sparatorie erano frequenti, tanto che rimase celebre la frase che avrebbe scritto una ragazzina: «Goodbye God, I’m going to Bodie» («Addio Dio, vado a Bodie»). Quando le miniere iniziarono a produrre meno, la popolazione si spostò altrove lasciando dietro di sé circa duecento edifici.

Stessa parabola per Calico, nel deserto del Mojave, nata nel 1881 durante la corsa all’argento della California e prosciugata pochi anni dopo dal crollo del prezzo del metallo. Più estrema ancora fu Rhyolite, nel Nevada, ai margini della Death Valley, la Valle della morte, fondata dopo la scoperta di oro nelle Bullfrog Hills, nel giro di pochi mesi passò da due tende nel deserto a un’area di cinquemila abitanti con elettricità, banche e oltre cinquanta saloon. Il declino arrivò con la crisi finanziaria del 1907. Oggi, gli scheletri di pietra raccontano una delle ghost town più visitate d’America. Ogni città fantasma ha le sue caratteristiche. Ce ne sono alcune ridotte a poche case perse nel deserto e altre trasformate in mete visitate ogni anno da migliaia di persone cresciute con John Wayne, Clint Eastwood e il mito del Far West.

Dietro quell’immaginario, però, si nasconde una realtà meno epica. La vita nelle mining town – le città minerarie – era segnata da violenza, incidenti e condizioni estreme. Pochi si arricchirono davvero. La corsa all’oro lasciò luoghi devastati dall’estrazione e soprattutto comunità native espulse dalle proprie terre, aggredite e travolte dalla fame. Uno schema simile si ripresenterà nel Novecento in un’America diversa, quella delle miniere di carbone, delle acciaierie e delle grandi fabbriche della provincia. Ancora una volta, aree costruite attorno a un’unica economia e lasciate senza funzione quando arriva la crisi. Nel secondo dopoguerra miniere e impianti manifatturieri danno energia a molte comunità rurali. Poi, tra gli anni Settanta e Duemila, globalizzazione, automazione e delocalizzazione industriale iniziano a svuotarle. Dagli Appalachi della West Virginia alle città della Rust Belt, i posti di lavoro si esauriscono, si trasferiscono all’estero oppure vengono sostituiti dalle macchine. Le metropoli riescono a reinventarsi; più difficile per le comunità dipendenti da una sola attività.

I piccoli centri muoiono

James Fallows, tra i più autorevoli osservatori della provincia americana, editorialista di «The Atlantic» e autore del libro Our Towns: A 100,000-Mile Journey Into the Heart of America, sostiene che il fenomeno abbia radici profonde. «Per quasi 150 anni il numero totale di piccole città negli Stati Uniti è diminuito», racconta ad «Azione». «Nei primi decenni dell’America agricola c’erano comunità ogni dieci miglia lungo le linee ferroviarie. Oggi, sorvolando quelle stesse tratte, si vedono fermate ogni quaranta miglia, perché molte di quelle città si sono semplicemente avvizzite».

Secondo Fallows, le grandi aree urbane raramente diventano vere ghost town. «Sono soprattutto i centri più piccoli a evaporare lentamente», spiega. Un declino meno spettacolare delle città fantasma del Far West. Scuole «sottofinanziate e costrette a chiudere», ospedali sempre più lontani, piccoli negozi sostituiti da catene, giovani che partono e non tornano più. «Più le scuole peggiorano, meno i centri diventano attraenti per le famiglie», osserva il giornalista, descrivendo i circoli viziosi che accelerano lo svuotamento. È un declino che oggi attraversa buona parte della provincia americana. «Quando pensiamo alle ghost town immaginiamo subito le vecchie città minerarie abbandonate del West», spiega Sybil Derrible, urbanista, ingegnere e professore alla University of Illinois Chicago, specializzato nello studio delle infrastrutture urbane. «Ma oggi il fenomeno riguarda soprattutto le piccole città da diecimila, ventimila, trentamila abitanti». Secondo Derrible «circa il 40% delle città americane sta perdendo popolazione» ed entro la fine del secolo si potrebbe superare il 50%. «La cosa ancora più triste è che spesso non sono completamente vuote», osserva. «La popolazione cala, ma le persone continuano a viverci. Intanto la rete idrica si deteriora, le strade si erodono».

Lo svuotamento è lento e diffuso

È una forma di abbandono molto diversa e più lenta di quella delle ghost town del West. «Lo spopolamento non avviene area per area», spiega. «Succede una casa qui, una casa là. Magari trovi cinque case vuote e poi una ancora abitata». E mentre la popolazione diminuisce, restano infrastrutture enormi da mantenere. «In alcune stanno persino rimuovendo l’asfalto per trasformarle di nuovo in strade sterrate». «Le città che si stanno spopolando sono ovunque», conclude Derrible. «Ho una mappa degli Stati Uniti con colori diversi per le città che crescono e quelle che si restringono. E il rosso è dappertutto». Il rischio, osserva l’urbanista, è che anche molte delle realtà che oggi continuano a crescere possano ritrovarsi domani con infrastrutture troppo costose da mantenere. «Stanno costruendo sistemi che tra cinquant’anni potrebbero diventare un peso». Un tempo a svanire erano le mete dell’oro. Oggi, molto più lentamente, si svuotano intere parti d’America.