Il pane e le donne, nel mondo che si ritira

by azione azione
22 Luglio 2026

Patrimonio dialettale: quattro conferenze di Franco Lurà e le opere di tre artisti nel bel libro delle edizioni Pagine d’Arte dedicato al dialetto e alla sua cultura

«È questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto fino a solo pochi anni fa. Gli uomini di questo universo non vivevano un’età dell’oro, come non erano coinvolti, se non formalmente con l’Italietta. Essi vivevano quella che Felice Chilanti ha chiamato l’età del pane. Erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita».

Non si può non pensare al noto (ma fa sempre piacere leggerne le parole così vivide e a loro modo affettuose) motivo dell’età del pane, che sta nella lettera aperta di Pasolini a Italo Calvino di ormai cinquant’anni fa. C’è molto pane, nelle prime pagine di questo Il pane di casa. Testi parlati, che rende conto di quattro conferenze tenute negli anni e in varie sedi dal dialettologo Franco Lurà, e che appunto accoglie il lettore con la grazia della Ragazza con il pane di Albert Anker.

Si può essere o meno d’accordo sul fatto che, con Pirandello, solo il dialetto «regali sentimenti» e la lingua per contro «esprima concetti». Piuttosto le lingue esprimono anche sentimenti e i dialetti hanno qualche difficoltà nell’esprimere direttamente i concetti, preferendo la lateralità dell’allusione, dei simboli e dell’ironia; come vedrà, il lettore, tra le pagine di questo volumetto.

Pagine dove tra le prime immagini c’è quella, straordinaria, del contadino di Altanca, che «colpito dalla bellezza della bocca di una ragazza, ebbe a commentare: l’a düi liff chi énn cóma l limadè du técc d zorint, ha due labbra che sono come la soglia del fienile». Ora, si sa quanto irrisoria e irrispettosa e diffidente fosse la cultura di quei tempi nei confronti delle donne; qui, però, è quasi toccante la similitudine con il fienile, probabilmente quanto di più caro e prezioso accolga quel contadino in capo a ogni santo giorno.

Sono dunque proprio l’immagine del pane e quella delle donne a intestare da subito un possibile percorso all’interno di questa raccolta. Del pane, come visto, molti hanno detto. Della donna come simbolo per eccellenza, mediatrice verso una dimensione misteriosa e ambigua, le rappresentazioni sono qui numerose: i rituali classici dell’esposizione della nudità femminile per far cessare i temporali o le burrasche del mare, le feste agricole dove il nudo delle donne si voleva propizio per il raccolto. L’associazione delle donne con il soprannaturale e il verticale scende lungo le epoche storiche fino a saldarsi in modo concreto con la cultura dialettale a noi più vicina.

Così non sarà forse un caso che da qualche parte si usasse dire «quela lí la va bén par la nòtt di mòrt, quella va bene per la notte dei morti», nella spiegazione «pur di non restare soli anche quella compagnia era agognata», ma forse anche nell’allusione alla vicinanza attribuita alle donne (povere e benedette donne!) con l’ultraterreno.

Si sa che la comunicazione dialettale è spesso indiretta e allusiva, e ricorre volentieri alle simbologie: numeri («con abbinamenti che sembrerebbero pure loro riconducibili alla cabala»), riferimenti alla religiosità, interpretazione di segnali meteorologici e lettura delle forme e dei colori del cielo. In quest’ultimo contesto, oltre a detti e sentenze su nuvole, sole, luna, pianeti eccetera, sorprende il lettore la serie di denominazioni cristianizzate della Via Lattea: «stradón da san Carlo (Preonzo), cará d sa Iâcum (Aquila), strada de sant Viscéns (Auressio), carèe da san Giuann (Brione Verzasca), strada ch’a va in Gerusalèm (Vairano)»; una strada lungo la quale nella notte di San Giacomo (25 luglio) si pensava transitassero le anime dei morti.

L’arcobaleno, la cintura del drago nei dialetti del Ticino settentrionale, atterra in un luogo e ne fa marcire istantaneamente i campi, oppure risucchia l’acqua e soprattutto le persone, trasportandole chissà dove. E suscita sincera meraviglia il resoconto di una donna di Mendrisio di fronte all’aurora boreale del gennaio del 1938: «Case, strade e la stessa chiesa dei Cappuccini che intravedevo da casa sembravano dipinti di rosso. Era uno spettacolo in un certo senso meraviglioso, ma anche inquietante… L’incredulità e la paura dominavano assieme allo stupore. Nessuno sapeva dare una spiegazione al fenomeno. Il cielo si era tinteggiato verso l’Italia di un colore rosso sempre più cupo. Questo fenomeno si è protratto per l’intera notte e nessuno è andato a dormire».

È ovviamente amplissima la parte dedicata alla medicina popolare, al suo lessico e agli atteggiamenti culturali di fronte alla scienza medica accreditata, rispetto alla quale il dialetto esprime dapprima avversione, poi dileggio, poi preoccupazione, poi ricerca di alternative con il ricorso alle credenze e al rimedio naturale tradizionale. «A var püssée un zicch da Signúr che centmila dutúr, vale di più un po’ di fede che centomila dottori»; «Dali fémi e da dutúr al ma guardia l Signúr, da femmine (ancora l’ossessione delle femmine!) e da dottori mi guardi il Signore»; fino a un tranquillizzante e risolutivo «cun l’aqua e l’èrba di praa, sa cüra tütt i maa, con l’acqua e l’erba dei prati, si curano tutti i mali».

Capitolo a parte si merita la malattia mentale, la più misteriosa, la meno interpretabile, affrontata con metodi simili al voodoo che si ha pudore di non riferire (la spiegazione sta a pagina 62 del libro).

C’è tanto altro in questo Il pane di casa. E vale la pena leggerlo anche solo per notare come colpisca sempre, della cultura dialettale a noi più prossima, un modo indiretto e per rinvii di affrontare misteri, sentimenti e incognite: la paura, la malattia, la morte, i fenomeni naturali, ma anche i rapporti familiari e quelli con l’infanzia. Certo quelle culture non potevano che risultare totalmente sguarnite davanti alla spiegazione scientifica del mondo, figuriamoci di fronte alle eclissi e alle congiunzioni astrali. E figuriamoci di fronte ad affetti e sensualità, espressi con metafore, con l’avvicinamento a immagini concrete ma oblique, non di rado nell’imbarazzo e invocando l’ironia.

Riesce però ancora a stupire la sentenza che contraddice la sentenza, la sanzione ironica della saggezza tradizionale, la vertigine sul detto popolare. Perché «na in düvina mía vüna chi che guarda la lüna, non ne azzecca una chi guarda la luna: per decidere cosa fare; la lüna l’è bèla, ma vardaa nimá chèla u s va a borèla, la luna è bella, ma a guardare solo quella si va a rotoli; espressioni che si riagganciano a un’altra analoga: i pruvèrbi di vicc inn bun da fá cavicc, i proverbi dei vecchi, sono buoni per far cavicchi, non valgono nulla».

Come è nella tradizione delle Pagine d’Arte, il volume porta ampia iconografia artistica. Accanto alla Ragazza con il pane, i capitoli sono scanditi dalla cupezza onirica delle xilografie dei mesi di Aldo Patocchi del 1936, e chiusi dal rito della polenta in Valle Verzasca di Luigi Rossi del 1889.

«Che io rimpianga o non rimpianga questo universo contadino, resta comunque affar mio. Ciò non mi impedisce affatto di esercitare sul mondo attuale così com’è la mia critica: anzi, tanto più lucidamente quanto più ne sono staccato, e quanto più accetto solo stoicamente di viverci».