Julian Schnabel firma un film ambizioso e visivamente potente, benché la sua libertà espressiva finisca per indebolire il racconto
Julian Schnabel è un regista che ama le biografie. È il suo territorio d’elezione e la sua carriera cinematografica lo dimostra. Anche nel suo ultimo lavoro, La mano di Dante – presentato fuori concorso all’ultima Mostra cinematografica di Venezia e ora disponibile su Netflix – sceglie di confrontarsi con una figura mitica come quella del Sommo Poeta.
Lo fa in modo originale, costruendo un racconto su due piani temporali, già presenti nel romanzo omonimo di Nick Tosches, da cui il film è tratto. Da un lato il Dante storico, con la messa in scena di una storia in costume ambientata nell’epoca del Poeta e mostrando alcuni momenti decisivi della sua vita: il conflitto con Papa Bonifacio VIII, il matrimonio con Gemma Donati e la distanza dall’amata Beatrice. Dall’altro una versione romanzata dello stesso scrittore americano, in una sorta di reincarnazione contemporanea e maledetta del poeta, che entra in possesso del manoscritto originale della Divina Commedia.
Le due vicende dialogano continuamente e Tosches finisce quasi per ripercorrere il viaggio del poeta: anche lui attraversa un inferno popolato da criminali e figure ambigue, accompagnato da una sorta di Virgilio contemporaneo. Solo che, invece del saggio latino che lo consiglia e lo guida nel modo giusto, ad affiancarlo c’è un serial killer che lo protegge eliminando chiunque possa ostacolarlo. Un’intuizione tanto paradossale quanto efficace, che restituisce bene la volontà di Schnabel di costruire più una riflessione simbolica che una semplice biografia.
Schnabel ama le biografie e cerca di analizzare personaggi forti e tormentati. Da Basquiat (1996) a Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (2018), passando per Lo scafandro e la farfalla (2007), fino ad arrivare a questo Dante. Perché, alla fine, il suo vero interesse non è tanto l’opera, quanto il personaggio che la crea. E anche in questo caso, malgrado una trama più articolata che coinvolge diversi periodi storici e un sottofondo dal gusto del thriller, a emergere è soprattutto il personaggio. Il Dante storico e la sua trasposizione contemporanea attraverso Tosches diventano due facce della stessa ricerca artistica.
Il tutto è permeato dall’idea filosofica del tempo che il poliedrico Schnabel – ricordiamo che è anche un pittore riconosciuto a livello internazionale – porta avanti anche nei suoi quadri, dove passato e presente si fondono fino a creare un’esperienza visiva più immediata che narrativa. Le epoche si sovrappongono, dialogano e finiscono quasi per annullarsi.
Se l’approccio artistico risulta interessante, la resa convince però solo in parte. Nel suo complesso, il film appare troppo verboso, esageratamente lungo e, a tratti, inutilmente arzigogolato. Anche la messa in scena indulge spesso in un gusto barocco che finisce per appesantire il racconto invece di sostenerlo.
C’è una frase emblematica, pronunciata da Tosches all’inizio del film, che sembra spiegare involontariamente anche i limiti dell’opera: «Dante rimase intrappolato in una gabbia di rime e metrica, e dov’è la speranza in tutto questo? Perciò mi sono reso conto che è imperfetta». È una battuta rivelatrice, perché mette in luce la grande differenza tra Dante e Schnabel. Il primo ha accettato di lavorare entro limiti formali rigidissimi, costruendo proprio all’interno di quella cornice la grandezza della sua opera. Il secondo, invece, sembra rifiutare ogni vincolo, preferendo un’anarchia espressiva che finisce per disperdere la forza del racconto.
È forse questo il vero paradosso del film: voler raccontare uno dei più grandi architetti della letteratura attraverso un’opera che sembra rifuggire qualsiasi architettura. Ciò non toglie che lo sguardo dell’artista Schnabel sull’artista Dante conservi una sincera curiosità e una notevole originalità. È soprattutto l’aspetto visivo, più ancora di quello sonoro, a regalare i momenti migliori del film. Alcune immagini hanno una forza pittorica notevole e restituiscono una dimensione autenticamente poetica.
La mano di Dante percorre così una strada diversa rispetto ai tradizionali biopic dedicati al poeta. Basti pensare al Dante (2022) di Pupi Avati, che raccontava la vita del Sommo Poeta in modo lineare e con un taglio quasi da fiction televisiva. Schnabel, al contrario, sceglie la sperimentazione. Lo fa in modo confuso e senza quei limiti che spesso sono indispensabili all’arte per trovare la propria forma, ma almeno prova a percorrere strade nuove. Gioca con i diversi livelli temporali, con gli spazi – suggestive le scene ambientate a Venezia, anche se ci si potrebbe chiedere perché proprio lì – e soprattutto con registri e generi differenti, passando dal biopic al thriller fino alla riflessione filosofica.
Alla fine, La mano di Dante assomiglia a un enorme pentolone nel quale Schnabel getta di tutto: epoche, linguaggi, suggestioni, riflessioni filosofiche e un cast straordinario che va da Al Pacino a Oscar Isaac, da John Malkovich a Gerard Butler, passando per Gal Gadot e Martin Scorsese. Prova a mescolare ingredienti di primissimo livello, ma il risultato, seppur a tratti gustoso – è meno saporito di quanto ci si potrebbe aspettare.

