Quando una cinquantina di anni fa, per motivi di lavoro, frequentavo Laxenburg, un ex-castello di caccia degli Absburgo, vicino a Vienna, nel quale si trovava il centro di ricerca internazionale per l’analisi applicata dei sistemi, ero rimasto colpito soprattutto da due progetti. Il primo, portato avanti da un ricercatore americano, si concentrava sull’evoluzione della piramide delle età e cercava di prevedere come si sarebbe esteso nei decenni a venire l’invecchiamento della popolazione nel mondo. Il secondo, di un ricercatore italiano, cercava invece di anticipare come si sarebbe sviluppata la domanda di automobili in Europa nel lungo termine.
Oggi conosciamo l’evoluzione di entrambi i fenomeni. Ma alla fine degli anni Settanta del secolo scorso l’invecchiamento della popolazione era appena oggetto delle prime riflessioni e quasi nessuno – fatta eccezione, forse, per il ricercatore citato poco sopra – immaginava che la domanda di automobili nelle economie avanzate avrebbe raggiunto un livello di saturazione nel secondo decennio del ventunesimo secolo. Un fenomeno che oggi è sotto gli occhi di tutti. Nei Paesi avanzati la domanda in questione si è sviluppata seguendo una curva dall’andamento sinusoidale (ossia a forma di S). In Europa la stessa ha oltrepassato il suo punto massimo una decina di anni fa.
Uno sguardo alla Cina
Negli Stati Uniti, altro grande mercato automobilistico, la stessa ristagna. Di conseguenza, chi vuole vendere automobili oggi deve guardare alla Cina che, si può dire, è l’unico mercato nel quale la domanda continua a crescere in modo sostenuto. La saturazione del mercato delle automobili è uno dei fattori determinanti della tendenza alla decelerazione della crescita economica che, nel nostro Continente, si sta manifestando da qualche decennio. Da un paio d’anni, inoltre, essa è all’origine della recessione che ha colpito l’economia tedesca. Sotto la pressione della concorrenza, si discute ormai apertamente di una ristrutturazione della capacità produttiva dell’industria automobilistica. I piani di ridimensionamento non sono più ipotesi astratte, ma scenari concreti. Per esempio Volkswagen, che è il maggior venditore di auto in Europa, sta pensando di chiudere due terzi delle sue fabbriche in Germania, licenziare 50’000 collaboratori e spostare ancora di più la sua produzione verso la Cina. È vero che la domanda di macchine elettriche continua ad aumentare (sebbene più lentamente di quanto si poteva prevedere). Ma questo aumento non basta a compensare la diminuzione della domanda di modelli a trazione tradizionale. Ovviamente la crisi non tocca solo la produzione di automobili ma tutti i rami che dipendono, a monte o a valle, dalla stessa. E dalla Germania si estende ai Paesi nei quali sono localizzati le aziende di questi rami come, per fare un solo esempio, la Svizzera.
Per dare un’idea di quanto contano, per le esportazioni del nostro Paese, regioni di produzione automobilistica come i Länder del Sud della Germania basterà ricordare che le esportazioni della Svizzera verso il Baden-Württemberg – la patria della Mercedes – sono, in miliardi di franchi, altrettanto importanti quanto quelle verso la Cina. Ma poi per l’economia della Svizzera sono fondamentali anche il commercio dell’automobile, il fatturato che nasce dalle sue riparazioni come pure dalla vendita della benzina e del diesel. La crisi dell’automobile tedesca, che si aggiunge a quelle preesistenti delle altre industrie automobilistiche europee, minaccia centinaia di aziende e migliaia di posti di lavoro anche da noi.
La fine di un’epoca
Anche per l’economia svizzera, la saturazione del mercato dell’automobile rappresenta, la fine di un’epoca. Per il momento all’orizzonte non si vede quale prodotto di grande smercio potrebbe riprendere il ruolo di motore dello sviluppo industriale e dei servizi che, sino a ieri, ha giocato l’automobile. In termini di crescita della domanda oggi è purtroppo l’industria dell’armamento a guidare le classifiche. Si calcola che, nel corso dell’ultimo decennio, le spese militari dei Paesi europei – Svizzera compresa – siano più che raddoppiate e per il momento continuino a crescere. Missili e droni stanno prendendo il posto dell’automobile come propulsori della crescita. Con una grossa differenza: gli investimenti nell’armamento non li finanziano i privati ma il debito pubblico.