Mentre le prime pagine dei giornali sono comprensibilmente occupate da conflitti incomprensibili come quello iraniano, di cui ancora sfugge la ragione ultima (rovesciare il regime? fermare il nucleare? controllare la rotta del petrolio più redditizia del pianeta?), altrove ci si fa la guerra per motivi molto più chiari, anche se nessuno ne parla.
Qualche giorno fa, nel Ciad orientale, almeno 42 persone sono state uccise e una decina ferite in uno scontro nato da una disputa per un pozzo d’acqua. Altro che petrolio: c’è un luogo del mondo dove ci si scanna per un bicchier d’acqua. È l’effetto combinato del collasso climatico e dell’abbandono politico, in una regione dove le comunità si contendono l’unico vero oro liquido rimasto, mentre arrivano profughi in fuga dal vicino Sudan, anch’esso devastato da una guerra dimenticata.
Povera Africa. Smarrita e sistematicamente ignorata.
Mentre il pianeta dissertava sull’attentatino a Trump, chiedendosi se fosse reale o una puntata mal riuscita di Scherzi a parte, in Nigeria un commando armato faceva irruzione in un orfanotrofio rapendo almeno 23 bambini. Una notizia letta di sfuggita su Al Jazeera, perché in Africa i rapimenti di massa sono ormai una pratica ordinaria per «raccogliere fondi» soprattutto nelle zone rurali dove lo Stato è un fantasma.
Il fatto è che in Africa si continua a morire con una regolarità che non disturba più nessuno. Non è che manchino le informazioni: mancano gli occhi disposti a vederle. Le stragi nell’est del Congo, la guerra infinita in Sudan, il Sahel divorato da jihadisti, eserciti nazionali e mercenari sono diventati rumore di fondo. Parte del paesaggio.
Eppure l’Africa di oggi non è un mondo a parte. È uno specchio laterale delle guerre che monopolizzano l’attenzione globale. Quelle guerre assorbono risorse diplomatiche e aiuti umanitari; le altre restano senza tutela. Nel frattempo nuovi padroni stranieri – Russia in testa – sfruttano il vuoto a proprio vantaggio.
È qui che entra in gioco un’espressione che ONU e Programma Alimentare Mondiale usano senza più cautele: weaponization of food. Il cibo trasformato in arma. Dal febbraio 2022, Mosca ha bloccato o minacciato le rotte marittime da cui partiva gran parte del grano ucraino destinato ad Africa e Medio Oriente. Il risultato è stato un’esplosione dei prezzi di grano, fertilizzanti e carburanti, che ha colpito soprattutto le popolazioni più fragili.
Nel 2023 la Russia ha abbandonato l’Iniziativa sul grano del Mar Nero, salvo poi presentarsi come «salvatrice» dell’Africa. Intanto, in Mali, Burkina Faso e Niger, offre armi, addestramento e copertura diplomatica in cambio di accesso politico e minerario. Il grano da una parte, i kalashnikov dall’altra.
Nel disinteresse generale, l’Africa è così: violenta, prosciugata dalla crisi climatica, affamata dalla speculazione e armata fino ai denti in cambio delle sue risorse.
Poi arrivano le vacanze estive e ci stupiamo se riparte il calvario dell’emigrazione clandestina verso l’Europa. Ci chiediamo perché migliaia di persone attraversino deserti e mari, come se la risposta non fosse evidente: quando il cibo diventa un’arma, la migrazione diventa una strategia di sopravvivenza. Non una scelta, ma l’ultima rimasta.
E nel Sahel i regimi militari imparano la lezione del mondo: se la forza funziona a est e a nord, perché non dovrebbe funzionare anche a sud? Se il diritto internazionale è flessibile per alcuni, perché dovrebbe essere vincolante per altri?
Così la violenza si normalizza, le vittime civili diventano danni collaterali permanenti, e le ferite dell’Africa scivolano sempre più in basso nella graduatoria dell’attenzione e dell’indignazione globale.
Arriva un post con l’ultima alzata d’ingegno dell’inquilino della Casa Bianca e, puf, spariscono di colpo nel dimenticatoio del mondo.