La ricerca di una nuova creatura

by azione azione
29 Aprile 2026

In «Frankenstein, autoritratto d’autrice», Margherita Saltamacchia intreccia vita e letteratura, trasformando il romanzo di Mary Shelley in un viaggio scenico intimo

L’adattamento del Frankenstein, o il moderno Prometeo di Mary Shelley da parte dell’attrice e regista Margherita Saltamacchia possiamo considerarlo come un vero e proprio viaggio. Già a partire da una prima versione in forma di studio presentata nel 2019, la lettura di alcune pagine del romanzo per il Festival PiazzaParola, fino ad arrivare, l’anno successivo, al debutto al Teatro Sociale di Bellinzona come spettacolo con il titolo Frankenstein, autoritratto d’autrice.

Un viaggio che è continuato tornando recentemente in scena sullo stesso palco che l’aveva prodotto, un’avventura creativa che non si è limitata a rielaborare la cucina drammaturgica di un testo che ha disegnato i contorni di un mito (dalla grande madre del romanticismo alle narrazioni gotiche, da I Misteri di Udolpho di Ann Radcliffe, fino al Dracula di Bram Stoker), ma ne ha ridisegnato un itinerario a cui si è aggiunto qualcosa di più, dove la storia dell’autrice inglese, attraverso le sue lettere e il suo diario, si è intrecciata ad avvenimenti legati alla vita dell’attrice: dalla lunga parentesi della pandemia all’improvvisa morte del padre, alla nascita di un figlio.

Segni e ingredienti che la Saltamacchia ha saputo far rispecchiare nella travagliata biografia della Shelley, costellata da lutti, da sofferenze e infelicità come madre e sposa, da fragilità e solitudine. Un percorso di vita attraverso un’epoca che certo non accoglieva con entusiasmo il suo carattere indipendente e protofemminista – per certi versi trasgressivo – che ha alimentato la sua vena creativa e contraddistinto un’innata e coraggiosa curiosità intellettuale.

Ecco dunque questo Frankenstein, autoritratto d’autrice che si trasforma in un tracciato narrativo di due vite con tre personaggi che in scena si rispecchiano fra loro e risuonano in platea attraverso la plurivoce della Saltamacchia immersa in un’atmosfera dark in un sostrato significante, un arricchimento significativo, un’occasione per rimescolare, aggiungere e liberare i personaggi che compongono la struttura monologante dell’attrice sul palco, illuminata da luci di taglio che ne amplificano l’intensa oscurità che la circonda.

Margherita si appropria e restituisce alla platea i tre corpi principali del romanzo in un’unità composta: da Mary Shelley a Victor Frankenstein alla sua Creatura. La struttura dell’adattamento a intreccio dei testi è efficace e lineare in un crescendo di tensione drammatica. Una caratteristica della scrittura che l’adattamento dell’attrice e regista ha da tempo perfezionato e che questa rielaborazione di Frankenstein mette ulteriormente in luce grazie a un sapiente uso della voce e del microfono con i suoni campionati per distinguere le personalità in campo.

I tre racconti si fondono così in un unico corpo narrativo e quella Nuova Creatura diventa il Golem della conoscenza nell’impossibile slancio verso l’immortalità. Uno stato del pensiero dove l’azione scientifica di Victor Frankenstein mostra l’intero suo limite nel dar vita a un corpo che urla tutta la sua solitudine e la sua rabbia nella ricerca di un doppio femminile per condividere la sofferenza di una fragile identità non richiesta.

Bella e riuscita la rivisitazione di questo spettacolo. Dall’uso sapiente delle luci di Marzio Picchetti alle atmosfere elettroniche di Ali Salvioni sugli efficaci interventi della chitarra metal di Robin Bressani.

Applausi convinti e soprattutto meritati.