Filosofia del sudore: talvolta anche uno sport duro e impegnativo come la boxe può diventare una porta d’ingresso per comprendere un’intera comunità
Dall’infanzia alla vecchiaia, le pratiche sportive e l’esercizio fisico accompagnano le persone lungo le varie età della vita offrendo benefici tanto a coloro che vi si avvicinano in modo regolare, quanto a chi li pratica in modo saltuario. Molti genitori e insegnanti, per esempio, ne snocciolano i numerosi vantaggi: relazionarsi con i propri coetanei, farsi degli amici, integrarsi in un gruppo. Quando c’è un allenatore che ti segue in modo serio, lo sport sviluppa lo spirito di collaborazione, rafforza le buone regole di convivenza, e ti insegna che non si può vincere sempre: perché, nel campo come fuori, a volte anche le sconfitte servono. Lo sport è, inoltre, un modo per conoscersi meglio, per esplorare i propri limiti. E poi fa bene alla salute, aiuta la crescita psico-fisica dei giovani, e negli adulti riduce lo stress, mantiene la tonicità muscolare e la freschezza mentale, aiuta a sentirsi bene con sé stessi e in pace con il mondo.
Regole, limiti e senso della sconfitta trasformano lo sport in una palestra di convivenza prima ancora che di prestazione
Da quello praticato a quello vissuto a bordocampo, da quello seguito dal divano a quello minuziosamente sezionato del giorno dopo, dai campetti agli stadi, fino alle manifestazioni internazionali come olimpiadi o campionati del mondo, l’esperienza sportiva può prendere molte forme, alcune dirette e altre semplicemente vicarie. Sia esso organizzato, ufficiale, o semplicemente improvvisato (le famose partitelle), rimane il fatto che lo sport è tanto un catalizzatore economico, simbolico e culturale, quanto un importante vettore di coesione per gli individui, anche in quelle situazioni quotidiane in apparenza più fruste e banali. Quando vivevo a Londra, un mio conoscente mi raccontava come, a volte, le persone che emigrano dal sud-est asiatico imparano i nomi delle squadre e dei giocatori della Premier League (la Serie A inglese, tanto per capirci) per avere argomenti di conversazione con i loro colleghi di lavoro.
Qualcosa di simile è successo anche al sociologo francese Loïc Wacquant, classe 1960, quando, poco prima di compiere i trent’anni, varca per la prima volta la soglia di una palestra di boxe in un quartiere disagiato di Chicago: «Nell’agosto 1988 – racconta Wacquant in Anima e corpo. La fabbrica dei pugili nel ghetto nero americano (DeriveApprodi, 2002) –, per una serie di circostanze, mi sono iscritto a un circolo di boxe di un quartiere del ghetto nero di Chicago. Fino a quel momento non avevo mai praticato questo sport, e nemmeno pensato di farlo. Eccetto le nozioni superificiali e le immagini stereotipate che ognuno può formarsene attraverso i media, il cinema o la letteratura, non avevo avuto nessun contatto col mondo pugilistico. Mi trovavo dunque nella situazione del perfetto novizio». Amettendo lui stesso di essere un novizio di quello sport, ci si chiede cosa abbia motivato Wacquant a intraprendere uno sport così impegnativo. Il ricordo recente di un film della saga di Rocky? Un incontro visto alla televisione? La volontà di far colpo su una ragazza? O magari un consiglio di un amico? In realtà è proprio un amico a consigliarlo. Ma non è il desiderio di emulare le gesta di Rocky, e nemmeno il tentativo di mettersi in mostra, a spingere il giovane verso quel luogo e verso quello sport.
Wacquant all’epoca non è ancora il professore di sociologia dell’Università di Berkeley che conosciamo oggi. Non è neppure quello che, a partire dagli anni Novanta, si fa conoscere come uno fra gli allievi e collaboratori più talentuosi del grande sociologo Pierre Bourdieu. Quello, per intenderci, che nel 1999 pubblica Les prisons de la misère (Parola d’ordine: tolleranza zero, Feltrinelli, 2000), un saggio che denuncia senza mezzi termini l’intransigenza della campagna dell’allora sindaco di New York Rudolph Giuliani: una politica di sicurezza basata sulla repressione sistematica di ogni infrazione che, di fatto, trasforma lo Stato sociale in uno Stato penale.
Spesso gli emigrati memorizzano squadre e giocatori per entrare nei discorsi di tutti i giorni e ridurre la distanza
Alla fine degli anni Ottanta Wacquant è iscritto all’università di Chicago, dove svolge il suo dottorato sulla situazione dei ghetti afroamericani di Chicago. La sua ricerca però non decolla, e il giovane sociologo ha la netta sensazione che invece di contribuire a dare forma a una conoscenza accurata del suo oggetto di studio, rimane invischiato nella rete di «falsi concetti» spesso utilizzati da ricercatori troppo superficiali che, secondo una logica etnocentrica, riducono la realtà metropolitana dei ghetti americani a «un universo disorganizzato, caratterizzato dalla mancanza, la carenza e l’assenza». Onde evitare di riprodurre il bias ideologico che confina la realtà dei ghetti a una marginalità senza storia e a una dipendenza al modello dominante del benessere capitalistico, Wacquant intuisce la necessità di restituire la dignità e l’autonomia di una minoranza che, in mezzo a difficoltà e ristrettezze, cerca di industriarsi per vivere al meglio. Ecco che allora, dal momento che varca il confine della palestra di boxe, scopre un altro mondo dove la dignità , il rispetto per sé stessi e per gli altri, lo spirito di gruppo e, soprattutto, lavoro duro e disciplina costituiscono gli elementi di una cultura e di un ethos che tengono assieme una comunità e la proteggono dai pericoli e dalle facili tentazioni della strada.
L’apprendistato pugilistico di Wacquant non è per nulla semplice, perché la boxe è sport ruvido ed esigente e, se praticato in modo serio, prevede allenamenti estenuanti. Ma la dedizione del giovane Loïc a lungo andare lo ripaga. Il pugile-sociologo, o il sociologo-pugile, si integra così al meglio nel suo nuovo ambiente, e la sua nuova quotidianità fatta di guantoni, allenamenti, sudore e rigore, gli regala momenti arricchenti anche fuori dalla palestra: «L’amicizia e la fiducia che mi hanno accordato i frequentatori abituali di Woodland – afferma Wacquant – hanno fatto sì che potessi confondermi con loro all’interno della palestra, ma anche accompagnarli nelle loro peregrinazioni all’esterno, in cerca di un impiego o di un alloggio, a caccia di affari nei traffici del ghetto, nelle loro grane con le mogli, all’ufficio di assistenza sociale o alla polizia, così come a zonzo con i loro homies (amici) delle temibili città vicine. I miei colleghi sul ring mi hanno fatto così condividere le loro gioie e i loro dolori, i sogni e le delusioni, i pic-nic, le serate danzanti e le uscite famigliari».
E pensare che, dopo tre anni di allenamenti assidui, quando affronta i primi incontri ufficiali, «nell’ebrezza dell’immersione» Wacquant è addirittura tentato dalla carriera di pugile professionista. Ma alla fine, come sappiamo, percorrerà l’altra strada, quella che lo porterà a diventare professore di sociologia presso la prestigiosa università di Berkeley.
