È una nuova epidemia. Da qualche tempo sembra che nessuno voglia restare nel Paese dove il destino o il caso (o più banalmente i suoi genitori) l’hanno fatto nascere. Ovviamente non parliamo dei migranti, spinti a partire dalla povertà; si tratta invece quasi sempre di persone con una certa disponibilità economica, alla ricerca di nuovi orizzonti. Per esempio, come scrive il «New Yorker», dopo la rielezione di Trump, un avvocato specializzato nelle pratiche per ottenere la cittadinanza italiana per discendenza raccontava di ricevere una richiesta da potenziali clienti statunitensi ogni tre minuti. L’interesse si concentrava sull’Italia perché sin qui la cittadinanza era concessa abbastanza facilmente ai discendenti degli emigranti italiani, sulla base della sola affinità di sangue documentata. E quando, da marzo 2025, gli aspiranti italiani si sono confrontati coi primi rifiuti e con un inasprimento dei requisiti, hanno rivolto la loro attenzione anche ad altri Paesi europei. Va detto che non tutti pensano a un trasferimento immediato, quanto piuttosto si preoccupano di avere un’alternativa se la situazione dovesse davvero peggiorare. Intanto raccolgono documenti e soldi, perché la pratica è piuttosto lunga e costosa, ma promette l’accesso all’intero mercato del lavoro europeo, a sistemi sanitari pubblici e a una mobilità senza restrizioni.
Ad avere fiducia nel passaporto americano, un tempo simbolo di diritti politici, protezione internazionale e opportunità economiche, sembrano essere rimasti quasi solo… i russi e i cinesi. Infatti molte donne di quei Paesi entrano negli Stati Uniti nelle ultime settimane di gravidanza con un visto turistico e si trattengono sino al parto, perché in questo modo il neonato ottiene la cittadinanza americana per ius soli. Già lo scorso anno Trump è intervenuto con un ordine esecutivo per porre limiti a queste forme di cittadinanza per diritto di nascita, anche se per il momento è stato ostacolato dai tribunali. Le motivazioni delle future madri sono diverse, considerato anche che i genitori non acquisiscono lo stesso diritto del figlio e dunque di solito tornano in patria insieme a lui. Per i cinesi sembra essere una strategia di lungo periodo, per esempio preparando il terreno per quando il figlio vorrà studiare negli USA. Per i russi conta di più la prospettiva di un passaporto efficace, considerato che il loro è spesso sottoposto a limitazioni.
Il turismo procreativo al fondo è una forma di geoarbitraggio, ovvero l’arte di sfruttare a proprio vantaggio le differenze in materia di fisco, diritti, sanità, istruzione, costo e qualità dei servizi. In questo caso la famiglia approfitta del fatto che nascere negli Stati Uniti attribuisca la cittadinanza americana al bambino, mentre quel medesimo risultato non si avrebbe nascendo altrove.
La scelta di un altro Paese non è tuttavia solo calcolo. A volte, attraverso la lettura, la visione di un film o nel corso di un viaggio, avvertiamo una misteriosa e sotterranea sintonia con un luogo mai visto prima, come se lo avessimo conosciuto e abitato in un’altra vita. Io la chiamo la seconda patria, la terra dei desideri e delle possibilità. Sentiamo che in quella terra potremmo essere davvero noi stessi, potremmo vivere un’esistenza diversa, più giusta, libera, intensa, liberandoci da ruoli, aspettative e gerarchie. In fondo, chi si sente attratto da un altro Stato spesso sta cercando contemporaneamente tre elementi diversi: una vita migliore, un’identità più respirabile e un immaginario in cui riconoscersi. Naturalmente il Paese ammirato può rivelarsi anche una nostra proiezione troppo ottimistica e allora sarà la vita quotidiana a rimettere tutto in discussione.
Questa strana categoria di viaggiatori ha i suoi santi protettori. Per restare solo al mondo americano, dal quale siamo partiti, a inizio anno ero a Tangeri, dove lo scrittore Paul Bowles si stabilì nel 1947, trovando in quella città di frontiera la sua fonte di ispirazione più potente. O ancora Joséphine Baker, che si trasferì in Francia negli anni Venti sperimentando una libertà ancora negata negli Stati Uniti alle persone di colore, tanto che dopo dieci anni volle prendere la cittadinanza francese, cantando: «J’ai deux amours / Mon pays et Paris».