Jean-Frédéric Schnyder e il mestiere della pittura

by azione azione
1 Aprile 2026

La mostra al MASI a Lugano si focalizza sulla produzione più recente dell’artista svizzero

È il 1969 quando Jean-Frédéric Schnyder viene invitato da Harald Szeemann a partecipare alla rassegna allestita negli spazi della Kunsthalle di Berna dal titolo When Attitudes Become Form, mostra che sarà universalmente considerata una pietra miliare nell’ambito dell’arte contemporanea. Insieme a nomi quali Joseph Beuys, Jannis Kounellis, Sol LeWitt, Mario Merz e Walter De Maria, solo per citarne alcuni, Schnyder entra così a far parte di quel novero di figure riconosciuto dal rivoluzionario curatore svizzero come rappresentativo dei più interessanti esiti artistici in un momento di grande fermento culturale e sociale. Indubbiamente questa esperienza dà una forte spinta alla ricerca del giovane Schnyder, che, all’epoca appena ventiquattrenne, incomincia ad acquisire piena consapevolezza della propria arte e a svilupparla con impegno e metodo.

Il carattere discreto di Schnyder non gli ha impedito di inserirsi nel circuito dell’arte, partecipando ad alcune delle più prestigiose manifestazioni

Nato a Basilea nel 1945, Schnyder si forma da autodidatta, dedicandosi dapprima alla fotografia e poi ad altre discipline, tra cui la pittura, a cui riserva sin da subito un posto di rilievo all’interno della sua indagine. Una scelta controcorrente se si pensa che in questo periodo dipingere risulta una pratica desueta e superata, un linguaggio tradizionale che ha ormai esaurito le sue potenzialità e che va accantonato a favore di nuove forme espressive capaci di liberare l’arte dagli angusti confini della tela.

Eppure Schnyder è pienamente convinto che questa sia per lui la strada giusta. Già negli anni Settanta, accanto a opere realizzate con materiali artigianali, l’artista si cimenta nella pittura riprendendone i generi convenzionali del nudo, del paesaggio e della natura morta. È poi negli anni Ottanta e Novanta che incomincia a creare dipinti in cui esplora la normalità dell’esistenza, cercando di far emergere la bellezza racchiusa nella vita reale: una bellezza semplice, talvolta addirittura banale, ma al contempo emozionante per chi sa cogliere il manifestarsi del mondo in tutte le sue sorprendenti sfumature. Emblematici in questo senso sono i cicli di lavori che hanno per soggetto le sale d’attesa delle stazioni ferroviarie elvetiche, la centrale nucleare di Gösgen, l’autostrada N1 che attraversa la Svizzera da est e ovest o, ancora, i tramonti sul lago di Zugo. Siano essi paesaggi urbani che svelano la pervasiva presenza umana o paesaggi naturali che incarnano il fascino del creato, a questi luoghi molto differenti tra loro l’artista serba il medesimo sguardo acuto e indagatore. Uno sguardo in grado di restituire sulla tela una visione fedele della realtà che trova proprio nell’adesione all’ordinarietà delle cose la sua intensità espressiva.

A dispetto del suo carattere schivo e discreto, Schnyder in oltre sessant’anni di attività si è sempre inserito con disinvoltura nel circuito dell’arte. La dimostrazione di ciò è la sua partecipazione ad alcune delle più prestigiose manifestazioni internazionali d’arte contemporanea, quali «documenta» di Kassel e la Biennale di Venezia. D’altra parte, l’approccio alla creazione di Schnyder, fondato sulla pluralità dei linguaggi e sull’eterogeneità stilistica, ha interessato sin dall’inizio pubblico e critica, soprattutto perché dietro a questa scelta non c’è solo una spiccata attitudine alla sperimentazione, ma anche la ferma convinzione che l’arte sia una pratica assidua e rigorosa, un esercizio ininterrotto in cui disciplina e libertà si mescolano e si alimentano a vicenda.

È così che la ricerca dell’artista basilese, pur toccando in primis la pittura, attraversa altresì ambiti quali la scultura e la performance e, pur nell’estrema scrupolosità metodologica, si avvale della coesistenza di cifre stilistiche anche molto lontane tra loro facendone il suo punto di forza. Realismo, simbolismo, astrazione, maniera naïf, richiami pop e suggestioni kitsch convivono con naturalezza nel segno di una concezione del fare arte come vero e proprio mestiere quotidiano, guidato da una profonda vicinanza a tutto ciò che ogni giorno si dispiega davanti ai nostri occhi.

Jean-Frédéric Schnyder
EOS, 2025 (Olio su tela)

Questa peculiarità dell’arte di Schnyder si coglie chiaramente nella mostra a lui dedicata negli spazi del Museo d’arte della Svizzera italiana a Lugano, una rassegna che, attraverso più di cento lavori inediti realizzati negli ultimi due anni, testimonia come il modus operandi dell’artista sia rimasto immutato nel corso dei decenni, implacabilmente sorretto da diligenza e scrupolosità.

Per Schnyder, infatti, la preparazione all’esecuzione dei dipinti diventa una sorta di rituale in cui ogni cosa deve essere svolta con meticolosità: dalla sua abitazione a Zugo parte alla volta dei luoghi che desidera immortalare sulla tela solo dopo aver organizzato ogni dettaglio del suo viaggio, dalla consultazione delle cartine topografiche alla predisposizione di tutto il materiale per dipingere. Nulla viene lasciato al caso.

I lavori in mostra raccontano questo accostarsi all’arte attento e rispettoso attraverso cui Schnyder non cerca virtuosismi forzati o risultati stupefacenti, ma ci offre la sua prospettiva autentica sulla vita e ci coinvolge nella sua considerazione della pittura come prezioso strumento per comprendere l’esistenza umana, senza fronzoli o sovrastrutture.

I lavori dello svizzero Jean-Frédéric Schnyder sono il frutto dell’osservazione spontanea e penetrante di ogni frangente della realtà

La serie Billige Bilder (Quadri economici, 2000-2019) presentata a inizio esposizione, condensa bene la concezione della pittura di Schnyder come attività costante che si manifesta nella sua dimensione schietta e materiale. Queste opere sono state difatti create con gli stracci con cui per vent’anni il pittore ha pulito i suoi pennelli, a celebrare il lavoro dell’artista come frutto di un’esperienza che, senza clamori, arricchisce l’uomo giorno dopo giorno.

Ecco poi i dipinti a olio che Schnyder, quasi ottantenne, realizza tra il 2024 e il 2025. Quelli nati in atelier mostrano l’interesse dell’artista per i temi più disparati e gli stili più diversi, mentre quelli eseguiti en plein air hanno come soggetto principale la natura svizzera, non senza richiami alla lunga tradizione della pittura di paesaggio elvetica. In queste opere, sempre accompagnate da didascalie recanti data e luogo di esecuzione, la presenza dell’uomo è totalmente bandita: nemmeno una flebile traccia umana mina la bellezza incontrastata degli scorci naturalistici che Schnyder si impone di effigiare nell’arco di una sola giornata.

A fare da contraltare ai piccoli dipinti appena citati è la monumentale Stilleben del 1970, presentata al termine del percorso espositivo: volutamente semplice, quasi ai limiti dell’ingenuità compositiva, eppure enigmatica e potente, è un’ulteriore testimonianza di come i lavori di Schnyder siano il frutto dell’osservazione spontanea e penetrante di ogni frangente della realtà.