Al di fuori della festa nazionale e delle partite, la retorica dell’orgoglio patrio e della fierezza etnica mi suona sospetta, soprattutto quando camuffa egoismi nazionali, razzismo o sciovinismo. Ma ogni tanto bisogna ripassare i fondamentali della dignità di gruppo. Per esempio, quando si rischia di genuflettersi alla strapotenza (stavo per scrivere prepotenza) americana.
È sensato pensare che sul piano delle relazioni pubbliche il signore a stelle e strisce non vada stupidamente sfidato. È comprensibile, per esempio, che le cancellerie mondiali cerchino la via del dialogo con Washington per trovare una quadra non troppo penalizzante sulla questione dei dazi. Una via voluta anche da Berna per evitare il peggio, e come svizzeri dobbiamo essere grati ai nostri rappresentanti in Governo per averla scelta. Ma c’è una bella differenza tra prudenza politica e servilismo fantozziano.
Per il presidente Usa l’Europa è un vampiro che succhia il sangue americano, imponendo balzelli esorbitanti sulle sue merci in entrata nel Nuovo continente e lasciando che sia Washington a sacrificare soldi e uomini al fronte nei focolai di crisi più esplosivi del pianeta. Non sempre ha torto, soprattutto sulla questione della difesa armata del pianeta. Il punto, però, non è questo. Potrebbe avere anche tutte le ragioni, ma niente giustifica il suo bisogno patologico di umiliare gli (ex) alleati. Perché Trump, dopo tanto bastone e poca carota, è lo stesso tizio che la sera del 9 aprile 2025, durante una cena del National Republican Congressional Committee a Washington, parlando dei Paesi colpiti dai suoi dazi si era vantato che «questi Paesi ci stanno chiamando per baciarmi il c..o. Muoiono dalla voglia di fare un accordo».
Dazi a parte, la manifestazione più imbarazzante di adulazione politica a cui abbiamo assistito è forse quella del segretario generale della Nato Mark Rutte, che ha riso di gusto quando Trump ha paragonato la guerra tra Israele e Iran a due marmocchi che si prendono a scappellotti nel cortile della scuola. «Lasciamoli fare per un paio di minuti, aveva commentato “pedagogicamente’’ il presidente Usa, poi arriva papà (lui, ndr.) e li rimette in riga». E Rutte, totalmente zerbinato: «A volte papà deve usare un linguaggio forte per farli smettere». Pietoso il tentativo sui social di ridimensionare la portata delle sue parole: «Non intendevo chiamare Trump “papà”. Parlavo della relazione tra Europa e Stati Uniti, come quella tra un figlio che cerca rassicurazioni e un padre che guida». E Trump, felice di esibire un nuovo ammiratore, ha pubblicato lo screenshot di un messaggio ricevuto da Rutte in cui quest’ultimo definiva l’azione militare americana in Iran «decisiva» e «straordinaria», ringraziandolo per aver fatto «ciò che nessun altro ha osato fare». Che eroe, ragazzi.
Insomma, è davvero necessario baciare le terga a un potentissimo che insulta chi non si allinea alle sue politiche per tenerselo buono? Il metodo dell’umiliazione e della sottomissione innesca relazioni disfunzionali, in cui chi si mostra debole o servile viene ulteriormente umiliato. Con scenate come quelle di Rutte, i popoli europei (e non solo i loro capi) vengono precipitati dentro un meccanismo di «arrangement névrotique» in cui ci si sottomette al potente illudendosi di garantirsi sicurezza, ma ottenendo in cambio ulteriore disprezzo. Le ruffianate fantozziane si ritorcono contro chi le applica: oggi Trump abbassa i dazi e benedice la Nato e domani, a sua imprevedibile discrezione, li rialza e castiga l’Alleanza atlantica. Chapeau a chi tenta di tirare dritto per la propria strada, puntando su vie alternative agli umori di Mr President. Come Canada, Messico e Spagna che, almeno formalmente, gli resistono, smettendo di ripetere, a lingua felpata: «Come è umano, lei!»