Esercito, il disordine regna da tempo

by Claudia
3 Marzo 2025

Proprio quando il Parlamento accoglie la richiesta di accrescere gli investimenti nella Difesa, i vertici del Dipartimento si fanno risucchiare in un prolungato corto-circuito costellato da una lunga serie di passi falsi. Ma in passato si è fatto anche peggio

Questa volta prendiamo la rincorsa e partiamo un po’ da lontano. Nel corso degli ultimi venticinque anni il nostro Paese è stato segnato da diverse crisi di natura finanziaria: il grounding di Swissair, il salvataggio per il rotto della cuffia di UBS e una quindicina di anni dopo il tracollo di Credit Suisse, assorbita dalla stessa UBS. Scossoni a cui vanno aggiunti la fine del segreto bancario e pure l’onda d’urto che si è abbattuta sulle banche e sull’intero Paese per la vicenda degli averi ebraici alla fine degli anni Novanta del secolo scorso.

Nei decenni che avevano preceduto questa fase, gli scandali più gravi furono invece legati soprattutto all’esercito: negli anni Sessanta vi fu il cosiddetto «affaire» dei Mirage, che portò anche all’istituzione della prima Commissione parlamentare d’inchiesta (Cpi) nella storia del nostro Paese. Condotta dal futuro consigliere federale Kurt Fürgler, questa indagine mise in evidenza come l’allora Dipartimento militare avesse mentito all’intero Consiglio federale e al Parlamento, in relazione all’acquisto di quei Mirage e al loro costo. Il responsabile politico dell’esercito, il ministro vodese Paul Chaudet, venne da più parti sollecitato a presentare le sue dimissioni. Non lo fece, ma decise di non ripresentarsi alle successive elezioni del Governo nel 1966.

Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso scoppiò invece un doppio scandalo, quello comunemente chiamato delle «schedature». La polizia federale, inserita nel Dipartimento di giustizia e polizia, aveva proceduto a spiare oltre 700mila persone, soprattutto di sinistra, creando un immenso archivio segreto. Un anno più tardi, nel 1990, una successiva Commissione parlamentare d’inchiesta permise di scoprire pratiche simili anche all’interno del Dipartimento militare, come pure l’esistenza di un esercito segreto, composto da circa 400 graduati e che portava la sigla P-26. Uno scandalo di ampie dimensioni e un brutto colpo per le forze armate elvetiche, che proprio nel 1989 avevano dovuto confrontarsi con un’iniziativa popolare che chiedeva la loro abolizione, chiamata «Per una Svizzera senza esercito». Venne bocciata, ma la percentuale a favore dell’iniziativa, quasi il 36 per cento, rappresentò una sorta di doccia fredda per il Dipartimento militare. Un cittadino su tre avrebbe voluto abolire il grigioverde elvetico, una realtà minoritaria, certo, ma che non poteva essere ignorata.

La caduta del muro di Berlino, la fine della Guerra fredda, gli scandali interni e il risultato di quella votazione aprirono un nuovo capitolo nella storia del nostro esercito, chiamato ad adattarsi al nuovo contesto geopolitico internazionale e a tener conto anche del fronte contrario al grigioverde. Da qui le diverse riforme portate avanti dai consiglieri federali che si sono succeduti alla guida di quel Dipartimento, che negli anni ha poi cambiato anche il nome, passando da «militare» a Dipartimento della difesa, della popolazione e dello sport. Un modo anche per far capire che il raggio d’azione di questo settore non si sarebbe più limitato alle sole caserme.

Nel corso di questo lungo periodo, che si è protratto dal 1989 fino ai nostri giorni, i fondi accordati dal Parlamento all’esercito sono diminuiti gradualmente, per scendere al di sotto dell’1% rispetto al Prodotto interno lordo (Pil). Un continente in pace e un Paese circondato da Stati democratici hanno portato a questo ridimensionamento delle forze armate e dei loro costi. L’invasione russa dell’Ucraina ha cambiato improvvisamente le carte in tavola e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha di fatto aperto una nuova fase, in cui la sicurezza in Europa sarà sempre più a carico dei Paesi del Vecchio continente, Svizzera compresa. E, proprio quando il Parlamento elvetico ha accolto la richiesta di accrescere gli investimenti nell’esercito, con un piano di intervento per i prossimi cinque anni pari a quasi 30 miliardi di franchi, ecco che i vertici del Dipartimento si sono fatti risucchiare in un prolungato corto-circuito, costellato da una lunga serie di clamorosi passi falsi.

Un quadro definito da più parti desolante e che di certo non è passato inosservato neppure nei Paesi a noi vicini, che da tempo chiedono a Berna di accrescere la capacità di intervento del nostro esercito. Certo, lo sconquasso non ha finora raggiunto la dimensione degli scandali militari del passato. I cantieri aperti sono comunque parecchi e diversi di loro sono finiti fuori controllo. Ci sono problemi ad esempio per l’acquisto dei Droni Hermes 900, di fabbricazione israeliana, e per le migliorie che l’esercito svizzero intende apportare a questi velivoli. Un rompicapo che dura ormai da anni, dai tempi di Ueli Maurer alla guida della Difesa, e che costringe i primi cinque droni acquistati dalle nostre forze aeree a rimanere a terra. Problemi di costi superiori al previsto si stagliano all’orizzonte anche per l’acquisto dei nuovi caccia F-35, ordinati negli Stati Uniti.

Non va meglio per sette progetti informatici dell’esercito, di importanza strategica. Una matassa dai costi milionari di cui però nessuno è finora riuscito a trovare il bandolo. La lista potrebbe continuare, aggiungiamo soltanto un ultimo esempio, quello della RUAG, l’azienda d’armamenti di proprietà della Confederazione. Proprio la settimana scorsa sono emersi nuovi casi di possibili raggiri e di scarso controllo da parte proprio del Dipartimento della difesa, diretto ancora per un mese da Viola Amherd. E qui si arriva alle questioni legate al personale, viste la catena di dimissioni che hanno caratterizzato queste prime settimane dell’anno.

In partenza c’è la capa del Dipartimento, il numero uno dell’esercito Thomas Süssli, il responsabile dei servizi segreti Christian Dussey. In questi ultimi due casi c’è pure stata una fuga di notizie, con il Parlamento e il Consiglio federale che sono stati presi in contropiede. Il Dipartimento della difesa ha aperto un’inchiesta contro ignoti e Viola Amherd non ha nascosto la sua irritazione davanti alla stampa. Attorno ai grandi cantieri dell’esercito la tensione è palpabile. Un nervosismo che con ogni probabilità si farà sentire anche fra una settimana, quando il Parlamento dovrà scegliere un nuovo consigliere federale al posto della dimissionaria Amherd. In lizza ci sono due candidati del Centro, Martin Pfister e Markus Ritter. A uno dei loro due sembra destinata la guida del Dipartimento della difesa. Ma anche su questo punto non si escludono sorprese, con il Governo che potrebbe procedere a una rotazione dei dipartimenti, anche per assicurare all’esercito una guida esperta, davvero capace di fare ordine. Finalmente!