Trump e gli indiani

by Claudia
11 Novembre 2024

Dove nasce la simpatia di Nuova Delhi per il tycoon

«Le più vive congratulazioni, amico mio, per la tua storica vittoria elettorale. Mentre tu costruisci sui successi del tuo precedente mandato, io sono ansioso di rinnovare la nostra collaborazione per rafforzare ulteriormente il partenariato globale e strategico India-Stati Uniti. Insieme lavoriamo per il miglioramento dei nostri popoli e per promuovere la pace, la stabilità e la prosperità globali». Il premier indiano Narendra Modi è stato uno dei primi leader mondiali a congratularsi entusiasticamente, prima via X e poi con una telefonata, con il neo-presidente eletto Donald Trump per l’impresa compiuta: una vittoria schiacciante contro la sfidante Kamala Harris. Che, pur essendo per metà di origine indiana, non era il candidato presidenziale americano per cui la maggioranza dell’India faceva il tifo o per cui, in ultima analisi e dati alla mano, ha votato la diaspora indiana negli Usa (diaspora che tra l’altro in passato aveva votato in massa per lei e per i democratici). All’epoca, quando la senatrice Harris era entrata a far parte della lista dei candidati democratici alle presidenziali del 2020, i media dell’India si erano entusiasmati per le sue origini, di cui la politica sembrava andare fiera: Kamala aveva perfino cucinato in video un masala dosa (una specie di crêpe tipica dell’India del sud) con l’attrice e sceneggiatrice Mindy Kaling e un riso al tamarindo con la chef televisiva Padma Lakshmi per celebrare la sue elezione a vice-presidente. La passione per la cucina, però, era sfumata presto così come l’importanza attribuita alle radici asiatiche: Kamala, e i maligni dicono per cavalcare l’onda culturale prevalente nel partito democratico, si era sempre più spesso identificata come «donna nera di origine afro-americana». Non solo. Da vice-presidente, aldilà dei più o meno formali convenevoli durante le visite di Modi negli Stati Uniti, non si era mai recata in India ma dell’India aveva quasi solamente parlato per criticare i provvedimenti del Governo e lo Stato della democrazia e dei diritti umani…

Come direbbero in India, il karma (il destino) non perdona. Trump ha vinto con la stessa valanga di voti con cui Modi vinse nel 2020 solo che, trattandosi degli Stati Uniti, nessuno o quasi ha nulla da obiettare sullo stato della democrazia americana. Tornando ad Harris e alla diaspora indiana, le simpatie dei media nella patria di Gandhi si sono di conseguenza rivolte altrove: a Usha Chilukuri, per esempio, moglie del neo-eletto vicepresidente JD Vance. Usha Vance, laureata a Yale e con un dottorato preso a Cambridge, è un avvocata di successo ma soprattutto una che non ha mai rinnegato le sue origini indiane e la fede induista. Di confessione democratica, come quasi tutta la diaspora indiana, sembra aver cambiato idea negli ultimi anni a causa delle posizioni culturali del partito. Così come ha cambiato idea anche Tulsi Gabbard, passata nella squadra presidenziale dopo aver militato per anni nel partito democratico. Tulsi, che non è di origine indiana ma è di religione induista, è stata una delle stelle della campagna di Trump. Che si era visto contendere la nomina a candidato presidente da un trio di candidati di origine indiana: Nikki Haley, ex governatrice della Carolina del Sud e prima ambasciatrice di Trump alle Nazioni Unite; l’imprenditore Vivek Ramaswamy, che era entrato come outsider nella corsa alla nomination presidenziale repubblicana ricevendo un notevole sostegno. E infine Hirsh Vardhan Singh, un ingegnere.

D’altra parte, secondo un’analisi del Pew Research Centre, gli indiani sono il gruppo razziale o etnico di elettori eleggibili in più rapida crescita negli Stati Uniti. La ricerca rivela che il loro numero è cresciuto del 15%, ovvero di circa due milioni di elettori eleggibili negli ultimi quattro anni. Più velocemente del tasso di crescita del 3% di tutti gli elettori eleggibili nello stesso periodo e del 12% degli elettori eleggibili ispanici. E, come riportava tempo fa la rivista «Forbes», circa l’uno per cento del Congresso degli Stati Uniti è composto da cittadini di origine indiana: cinque membri del congresso, il cosiddetto Samosa caucus (i samosa sono una specie di panzerotto ripieno di patate e spezie) e una quarantina di politici nelle amministrazioni locali. Negli ultimi anni i cittadini di origine indiana detengono inoltre, tra i gruppi di origine asiatica, il primato di affluenza alle urne e, a quanto pare, fermo restando la tradizionale inclinazione verso il partito democratico e facendo rieleggere il Samosa caucus, hanno questa volta votato per Trump e per la second lady Usha Vance. In fondo, come ha dichiarato il premier Modi nel suo discorso al Congresso degli Stati Uniti l’anno scorso, «Il Samosa caucus è ora il sapore della Camera. Spero che cresca e che porti qui tutta la diversità della cucina indiana». E anche, dicono, della sua tradizionale accettazione per la diversità culturale e religiosa: negata soltanto da chi dell’India sa poco o nulla…