Fra americani e tedeschi si apre un baratro

by Claudia
11 Novembre 2024

Con il ritorno al potere di The Donald il rapporto tra i due Paesi si incrina sempre più, con conseguenze imprevedibili

Fra tutti i Paesi e i Governi del mondo che si trovano a confrontarsi di nuovo con Donald Trump presidente, la Germania è di sicuro uno tra i più preoccupati. La disistima reciproca, talvolta confinante con l’odio, fra l’uomo che vuole rifare grande l’America e la patria dei suoi avi, è noto. Nulla lascia pensare che nelle circostanze attuali questa tensione possa abbassarsi. Semmai il contrario. È su questo che va letta la crisi di Governo, da tempo latente, ma ormai in evidente esplosione a Berlino. La «coalizione semaforo» formata da socialdemocratici, verdi e liberali, guidata (si fa per dire) dal pallidissimo cancelliere Olaf Scholz è sul punto di dissolversi. Nuove elezioni sono prevedibili nel prossimo marzo. Già questo evento illustra la profondità della crisi tedesca. Non solo politica, oramai anche istituzionale. Evidenziata dal tramonto del modello sociale ed economico che ha caratterizzato la Germania federale dalla sua nascita (1949) in avanti, passando per l’annessione della ex DDR nel 1990. L’economia sociale di mercato con i suoi riferimenti fiscali e monetari è in sofferenza strutturale. Ne sono segni chiarissimi la perdita del vincolo energetico con la Russia, simboleggiata dalla distruzione del gasdotto Nord Stream (non sappiamo chi sia stato, ma immaginiamo che Trump abbia brindato alla notizia, in questo idealmente accompagnato da Biden), insieme alla drastica riduzione degli spazi germanici nel mercato cinese.

Già con questa amministrazione si sono accentuate le politiche commerciali americane tese ad attrarre negli Stati Uniti aziende e produzioni tedesche e non solo, per riparare i danni della delocalizzazione, uno dei fattori essenziali nella sconfitta di Harris e nel trionfo di Trump. Quest’ultimo poi fa degli affari il centro della sua politica estera. Fra i quali affari spiccano dazi e gabelle contro le potenze avversarie, Cina in testa, e sanzioni contro la Russia. Appunto i due vincoli decisivi per tenere in vita il modello Germania. Ma il baratro che si apre fra americani e tedeschi ha anche una forte dimensione culturale. E, visto che siamo in Germania, persino morale. Trump è per i tedeschi, almeno per la maggioranza di loro, incarnazione del Male assoluto. Per le tendenze illiberali, il disprezzo delle norme (delitto, per le élite tedesche), l’imprevedibilità (peggio che un crimine) e la palese mancanza di forme nelle relazioni con chiunque, anche fra Stati. Non solo in Germania, ma lì più che altrove, l’idea che il voto del 5 novembre che ha trionfalmente riportato il magnate americano alla Casa Bianca segni l’avvio di un’involuzione autoritaria del regime a stelle e strisce è senso comune.

Se poi osserviamo il panorama geopolitico tedesco, interno ed esterno, il quadro si complica. Intanto per la persistente, anzi crescente tendenza alla spaccatura fra Est e Ovest – nuovi e vecchi Länder – che rivela il carattere incompiuto dell’unità nazionale. Questo si riflette nella crescita all’Est di forze nazionaliste e antiamericane di destra e di sinistra. Dall’Alternativa per la Germania, in cui sono incistate anche componenti neonaziste, alla Lega Sahra Wagenknecht, one woman’s party retto con mano di ferro dalla signora che intesta a sé stessa questa lista capace di scalare rapidamente le vette delle competizioni elettorali nella ex DDR, forse presto anche nella Bundesrepublik occidentale, miscelando politiche sociali di origine comunista e visioni geopolitiche antiamericane e russofile. Comunismo e nazionalismo: i due peggiori nemici storici dell’America. Se poi queste forze si affermassero ancora più nettamente nel voto futuro a scapito dei partiti tradizionali, l’allarme rosso scatterebbe anche a Washington. Dove peraltro si continua a considerare la Germania più un sorvegliato speciale che un vero alleato.

Sulla scena internazionale, il gap fra le due sponde dell’Atlantico non potrebbe essere più netto. Da sempre, il principio primo della geopolitica a stelle e strisce è impedire l’affermazione in Eurasia di una superpotenza nemica, capace di sfidarne l’egemonia planetaria. Tradotto: un’intesa Germania-Urss, fino alla fine della guerra fredda, oppure un triangolo Pechino-Mosca-Berlino, all’ora attuale. Presto per dire come le relazioni fra il prossimo Governo tedesco e quelli russo e cinese evolveranno a partire dall’anno prossimo. Ma molto lascia presagire che, malgrado tutto (e soprattutto la guerra in Ucraina), sotto la superficie visibile e mediatizzata alcune tracce degli antichi rapporti speciali con la Russia e della forte compenetrazione economica con la Cina tendano a persistere. E potrebbero riemergere moltiplicati nel mondo in trasformazione. Mutamento accelerato e sempre meno prevedibile con il ritorno di Trump. Per noi altri europei le oscillazioni della Germania, in crisi di nervi, sono una pessima notizia. Purtroppo i tedeschi non sono celebri nella gestione ragionata delle crisi. Il comportamento del Governo Scholz lo conferma. La tendenza di questo Esecutivo in scadenza non indica un interesse alla maggiore coesione europea. Difficile che il prossimo cambi linea. Semmai il contrario: ciascuno per sé, nessuno per tutti. Inoltre l’economia tedesca sta facendo l’abitudine alla recessione. Per i Paesi più legati al motore germanico, pessima notizia.

Si aggiunga in fine il fronte delle politiche migratorie, cavallo di battaglia di Trump ma anche di buona parte dei Governi europei, compresi alcuni guidati da formazioni centriste o di sinistra. Quando ci si chiudono le frontiere in faccia per limitare i flussi migratori è molto difficile recuperare serie collaborazioni in altri settori. Il messaggio è chiaro, per la Germania, per l’America e per il resto del mondo: allacciate le cinture di sicurezza. In Germania la «coalizione semaforo» guidata (si fa per dire) dal pallidissimo cancelliere Olaf Scholz è sul punto di dissolversi.