Politica, sicurezza, confini

by Claudia
9 Settembre 2024

Scrivere la storia dell’umanità è anche scrivere la storia dei confini: quelli tracciati con mano militare e poi fissati nei trattati, e quelli invisibili, formatisi nel tempo per ragioni ideologiche, culturali, religiose, linguistiche. Il saggista inglese Jonn Elledge ha provato ad allestirne un inventario: I 47 confini che dividono il mondo, volume edito da Garzanti. C’è spazio anche per la Svizzera, Paese che più del Belgio «sfida la concezione europea tradizionale di “come funzionano le Nazioni”». Segno dei tempi: negli ultimi anni gli studi sulla questione «confini e frontiere» si sono infittiti, in parallelo con l’esigenza di ripristinare un ordine che la spinta alla globalizzazione mirava a disarticolare. L’abolizione dei controlli alla frontiera è stata una delle pietre angolari del progetto comunitario, con l’obiettivo di ridurre gli ostacoli alla libera circolazione di persone, merci, capitali e servizi. Il «vallo» andava perciò spostato al perimetro esterno del grande mercato unico, a ridosso degli Stati che ancora non soddisfacevano i criteri per appartenere alla famiglia europea (Spazio Schengen). Ma sulla necessità e i limiti di questo ambizioso programma, l’accordo tra i ventisette Paesi membri è andato col tempo scemando. Anche nell’opinione pubblica l’allargamento verso l’est non è più ritenuto prioritario.

«Voglia di confini» titolano ora i quotidiani dopo aver sondato gli umori della cittadinanza. Si invocano provvedimenti protettivi e rassicuranti; si chiede di reintrodurre muri e steccati. Quali? Certamente non quelli che hanno fatto la fortuna delle economie continentali, intensificato gli scambi di manufatti e capitali, e incrementato i viaggi per affari e per diporto. I confini in oggetto riguardano piuttosto la necessità di tener fuori dagli spazi nazionali tutto ciò che potrebbe nuocere o destabilizzare la società, ovvero la criminalità, il lavoro irregolare, l’immigrazione, l’islamismo. Molti Stati vorrebbero ora imitare la Svizzera extra-Ue, con il suo rigido disciplinamento degli ingressi, fondato sull’espulsione di coloro che la legge considera clandestini o rifugiati per motivi economici.

«C’è stato un tempo – osserva ancora Elledge nel suo libro – in cui quelle linee non esistevano; ne verrà uno in cui non esisteranno più». Decisamente ottimista. In realtà i confini si stanno moltiplicando ovunque, e sono sempre più alti, sorvegliati da occhi elettronici, resi impenetrabili da lunghissime spirali di filo spinato. Qualche studioso, preso atto della proliferazione in atto, sta cercando di censirli: ma è un’impresa le cui coordinate mutano ogni giorno. E questo perché ogni confine è la risultante di vari fattori: quelli strutturali, generati dalla morfologia dei territori e dall’evoluzione storica, e quelli sovrastrutturali, derivanti da contingenze politiche, ideologiche e simboliche. Si pensi alla volontà, sempre più insistente, di erigere barriere daziarie per proteggere i mercati dall’afflusso di prodotti cinesi, tra cui le temute vetture elettriche. Anche la propagazione di virus potenzialmente letali come il Covid-19 ha contribuito a fomentare sospetti e di conseguenza ad allungare le distanze tra i membri della comunità: un esperimento sociale che si è tradotto nella pratica del confinamento sistematico delle categorie ritenute a rischio, con in prima fila gli anziani e i fragili.

Le ricadute sulla politica non si sono fatte attendere, come si è visto nelle ultime tornate elettorali. Il timore di rimanere travolti da una mareggiata di poli-contagi ha gonfiato le vele della destra sovranista, ossia di quei movimenti che individuano nelle politiche di apertura una minaccia esiziale, sia economico-commerciale (perdita di posti di lavoro, delocalizzazione delle aziende, invasione di manufatti a basso costo dal sud-est asiatico), sia etnico-religiosa (sradicamento del ceppo giudaico-cristiano ad opera dell’islam). Sono formazioni che non sono interessate a stemperare le tensioni e a favorire percorsi d’integrazione, ma unicamente a gettare benzina sul fuoco, ad incamerare consensi prospettando un imminente e definitivo «tramonto dell’Occidente» di spengleriana memoria. Lo scorso giugno l’elettorato europeo è riuscito a contenere la progressione dei sovranisti, considerevole in Paesi come la Francia, la Germania, l’Austria, l’Italia e l’Olanda. Ma fra cinque anni le «porte tagliafuoco» che finora hanno retto l’urto potrebbero cedere, decretando la fine del sogno europeo cullato dai padri fondatori: Spinelli, De Gasperi, Adenauer, Schuman, Monnet.