La «non persona» dell’anno

by Claudia
1 Gennaio 2024

Il personaggio dell’anno appena trascorso tutto può essere fuorché umano. Fra i propri organi interni, gli esseri della nostra specie che hanno maggiormente segnato il 2023 devono aver dimenticato da qualche parte il cuore, forse l’hanno spento, o si è atrofizzato. Una gara che ci ha ipnotizzato per qualche giorno è stata quella tra Prigožin, il macellaio inviato dalla Russia per seminare torture e scompiglio in Ucraina coi suoi squadroni della morte e il suo mandante Putin, che dopo aver assistito al tentativo di rivolta dell’ex sodale, l’ha fatto esplodere in cielo regalandogli la gloria annientatrice delle stelle cadenti. Due astri del male, insomma. Il disprezzo per le vite umane, del resto, è connaturato a qualsiasi guerra. Nel caso specifico, in 22 mesi, secondo il ministro della Difesa russo Serghei Shoigu, le forze ucraine avrebbero perso almeno 383’000 soldati. Mentre lo Stato maggiore di Kiev sostiene che nel frattempo i militari russi morti in battaglia sono oltre 348’300. Fatta la tara delle propagande e contropropagande, sono centinaia di migliaia le fosse scavate su un fronte e su quello opposto. E non se ne vede la fine. 

Analoghe disumane crudeltà continuano nella Striscia di Gaza con l’orrore splatter degli attacchi di Hamas lo scorso 7 ottobre e la replica a tambur battente di Israele, che non sembra voler distinguere tra il sacrosanto diritto di difendersi e di liberare i propri concittadini nelle mani del nemico e il sistematico attacco-assedio dei civili palestinesi, scalzi, affamati e infreddoliti tra le macerie del mondo che gli è crollato addosso, ostaggi a loro volta sia dei terroristi che se ne servono come scudi umani, sia dei soldati con la stella di Davide che stanno «terribilizzando» ogni centimetro quadrato della loro terra in briciole. Anche qui, l’algida contabilità delle vittime dice che dal 7 ottobre sono morti oltre 19mila palestinesi e circa 1500 israeliani. Per ora. 

Sono «solo» due guerre, tra molte altre quasi neglette (chi ricorda, ad esempio, l’offensiva azera nel Nagorno-Karabakh in settembre o il golpe in Niger in luglio?). Potremmo continuare l’elenco dei potenti disumani che sembrano gestire il mondo e i suoi abitanti non come esseri dotati dei loro stessi diritti e doveri, ma come topi in cantina o formiche rosse sulla tovaglia del pic-nic: creature fastidiose, senza nomi, senza volti, senza alcun peso e valore nel mercato invisibile della dignità. Si capisce quindi come mai, al di là del giudizio artistico che se ne vorrà dare, il «Time» abbia incoronato come persona dell’anno la popstar trentaquattrenne Taylor Swift, «per aver portato gioia in una società che ne ha disperatamente bisogno». Inizialmente la scelta non ci aveva convinto, avremmo preferito icone meno scontate del successo (col rischio dietro l’angolo di scivolate alla Ferragni alle prese col Pandoro), ma per queste cose ci sono i Nobel per la pace, quindi ben venga l’elogio della leggerezza peso-piuma che svuota la testa dai cattivi pensieri. 

Anche se noi preferiremmo declinarla con le parole del grande Totò, che ci sono state riproposte da un caro collega nel migliore augurio ricevuto nei giorni scorsi: «Ridiamo valore ai salari, ridiamo un futuro ai giovani, ridiamo onestà alla politica, ridiamo valore alla cultura. Sì, ridiamo». 

Tuttavia, non possiamo archiviare questa riflessione d’inizio anno, senza chiudere il cerchio che abbiamo idealmente aperto con la tesi di partenza. La vera persona dell’anno 2023 non è stata un essere umano, ma l’intelligenza artificiale, che un po’ ci spaventa, ma fino ad oggi sembra aver fatto molto meno danni al consesso planetario della stupidità umana.