Una cornucopia di gioia e canzonature

by Claudia
10 Ottobre 2022

Vino nella storia - François Rabelais dedica i suoi romanzi più noti e goliardici e ai <em> bevitori illustrissimi </em>

Aristotele, il famoso filosofo, afferma nel suo trattato De Anima (Sull’anima) che: «Fra tutti gli esseri viventi solo l’uomo conosce il riso». Oltre mille anni dopo, vera forza della natura con la sua inarrestabile, creativa e intelligente comicità, François Rabelais (1494-1553) soleva dire ai suoi detrattori che era meglio scrivere di risa piuttosto che di pianti: «Pour ce que rire est propre de l’homme» («Perché il riso è proprio dell’uomo»). Ci riuscì così bene che passò buona parte della sua vita a distanziarsi da coloro che alla sua epoca ritenevano il riso come opera del diavolo e quindi fra le cose più intoccabili.
La sua satira vivace contro la pedanteria scolastica, l’ipocrisia del clero, insieme alle gioie materiali (il vino in primis) e intellettuali, permisero a questo «spirito libero» e spregiudicato di colpire con i suoi strali i bacchettoni della Sorbona, attirando sulle sue opere la condanna dei vari teologi. Rabelais riteneva che certi aspetti dell’epoca erano veramente ridicoli e fossero cose da ridere; facendosi carico di dimostrarlo, vennero così presi di mira tutti i rami secchi o semisecchi del suo secolo, il Cinquecento.
Come scrive Mario Bonfantini, curatore di Gargantua e Pantagruele di Rabelais (edizioni Einaudi) «la qualità della sua satira, anche la più buffonesca e fantasiosa, spazia non in modo diverso, ma in modo più geniale da quella del suo grande amico Erasmo da Rotterdam, su tutti i campi dell’umana follia». Balzac definì Rabelais «il più grande spirito dell’età moderna» e Chateaubriand lo considerò «il creatore delle lettere francesi».
Il primo approccio al mondo della cultura, Rabelais lo fece indossando la tonaca di Francescano, sebbene si scontò quasi subito con quell’ambiente, non sopportando il sapere puramente mnemonico e non tollerando l’ignoranza che si nascondeva dietro le sterili citazioni dei classici. Rabelais infatti leggeva il latino e il greco, si appassionò talmente ai classici che con notevoli spese, cercò di procurarsi testi greci che all’epoca erano molto rari. Ma lo «spirito libero» di Rabelais che già mal sopportava la pedanteria e la voragine di noia che aleggiava nel convento di Puy-Saint-Martin, lo spinse a lasciare il monastero; la goccia che fece traboccare il vaso fu il veto che la Sorbona impose sullo studio della lingua greca e la confisca dei suoi libri.
È difficile seguire poi i suoi spostamenti, vari indizi testimoniano la sua presenza nelle Università di Tolosa, Orleans, Bordeaux e naturalmente a Parigi, ma soprattutto lo troviamo su documenti del 1530, dove risulta iscritto all’Università di Montpellier, dove studiò medicina. Il suo peregrinare tra gli ambienti universitari gli permise di conoscere la vita degli studenti e quella del mondo del clero, sebbene furono soprattutto le fiere popolari e i mercati a lasciare in lui una marea di impressioni.
Fu proprio durante la fiera di Lione del 1532, che sotto lo pseudonimo di «Alcofribas Nasier» anagramma del proprio nome pubblicò il primo libro: Pantagruel (per esteso: Pantagruel, Re dei dipsodi – Coi suoi fatti e prodezze spaventevoli; così nella prima edizione in italiano, Falconi editore). Già con il suo primo libro, senza conformarsi ai canoni e alle regole, in un tempo in cui tutto quello che riguardava il corpo era ritenuto sminuente, Rabelais porta una pungente attualità politica e filosofica, attirandosi le ire dei Sapienti della Sorbona e del clero.
Il suo ambiente sono le fiere, le feste, l’allegria, ma dietro a queste immagini ilari e spensierate, troviamo la pratica medica, la scienza, ma soprattutto la conoscenza dei problemi sia nazionali sia internazionali della sua epoca. Così con arguzia dedica i suoi libri ai «bevitori illustrissimi», con la speranza che essi si ricordino di bere alla sua salute.
Per sua fortuna non tutto il clero condivideva le stesse opinioni della Sorbona e, nel 1532, Jean du Bellay, divenne vescovo di Parigi, lo prese sotto la sua protezione e nel 1534 Rabelais accompagnò il prelato nel suo primo viaggio a Roma. L’Urbe era a quel tempo la meta ambita da tanti umanisti europei e il nostro uomo cercò di non lasciarsi sfuggire nulla, né gli uomini dotti, né le piante medicinali, né i grandi monumenti. Al suo ritorno a Lione, dopo aver ripreso il lavoro all’ospedale, viene pubblicato il suo Gargantua, attirandosi ancor di più le ire della Sorbona, dove vigeva una rigida ortodossia cattolica; da qui incomincia una lunga serie di giri, ma grazie ad amicizie altolocate come Francesco I, Rabelais riuscì quasi sempre a cavarsela.
Di Rabelais furono stampati altri tre libri. Le sue opere sono molto spesso considerate le più festose opere di narrativa di tutta la letteratura mondiale, infatti sono una vera esaltazione dello stare insieme, del mangiare e del bere, tutti i libri di Rabelais traboccano di immagini di banchetti, ma soprattutto di straordinarie solenni bevute.
Gargantua e Pantagruele sono due giganti proposti da Rabelais, noti nel folklore francese, soprattutto nel nord, figure quindi legate ai gusti dei francesi e legati a un periodo storico in cui l’uomo aveva nel mondo in cui vive una sua rilevante dimensione, e che i suoi desideri e le sue necessità non erano quelle di umiliarsi o da biasimarsi. Per l’autore la natura umana doveva ribellarsi – e non accettare di essere relegata in spazi angusti – stanca di essere schiacciata e oltraggiata, doveva insomma trovare la maniera di trasformarsi in un modo gigantesco per ritrovare la propria dignità.
Rabelais nato – l’8 aprile 1509 (così dicono i graffiti a lui attribuiti che abbiamo scoperto nella camera dove è venuto al mondo) – nella tenuta La Devinière (Turenna), sovente nei suoi scritti cita con nostalgia il vino che vi veniva prodotto: «C’est du vin de la Devinière, c’est du pineau. Ah, le gentil vin blanc! Sur mon âme, c’est du tafettas» («È vino di La Devinière, è Pineau. Ah, che bel vino bianco! Sulla mia anima, è taffettà»).
Rabelais, medico e uomo dotto, preferisce il vino schietto, e più precisamente egli apprezza insieme ai suoi personaggi «una damigiana di quel buon vino di Frontignan (Moscato) o una bottiglia impagliata piena di rosso Breton (Cabernet-Franc)». Le pagine da lui scritte sono colme di elogi per la bevanda sacra a Bacco, decine i vini che sono elencati.
Simbolo di forza e di vita, il vino rappresenta anche la sincerità e rivela la verità nascosta (In Vino Veritas), il vino è simbolo di fecondità e forza creatrice, il vino è una cornucopia di gioia e canzonature, questi sono i messaggi che egli ci lancia.
Alla fine del quinto libro, Panurge, compagno di baldoria di Pantagruele, prima di sposarsi, decide di consultare l’oracolo della Dive Bouteille che si trova in un gran vigneto con ogni specie di uva, e che porta frutti in tutte le stagioni. Sotto un pergolato ornato da grappoli di 500 diversi colori, dopo il canto vendemmiale propiziatorio, la parola che risuonava è: «Trink, una parola celebrata e capita in tutte le nazioni e che significa: Bevete; non dico già bere semplicemente e in assoluto, perché così bevon le bestie; dico bere vin buono e fresco», François Rabelais.