Come si è già osservato le due incognite che pesano sull’andamento dell’economia svizzera, come pure su quello delle altre economie dei paesi sviluppati, sono la pandemia e l’inflazione. È probabile che, nel corso del 2022, la pandemia possa finalmente venir debellata. Non si è però ancora in grado di prevedere accuratamente quali saranno le conseguenze della stessa sull’attività economica del prossimo anno. I problemi sono conosciuti. In primo luogo si tratta delle lacune che la pandemia continuerà a creare, ancora per qualche mese, nella domanda di lavoro. Soprattutto in un’economia come quella svizzera, nella quale prevalgono le piccole e medie aziende, le difficoltà di reclutamento dovute alla pandemia rischiano di rallentare l’attività di produzione di beni e servizi. L’altro grosso problema dovuto alla pandemia è costituito dai ritardi nei rifornimenti in materie prime e semilavorati. Anche questi ritardi frenano e continueranno a frenare ancora per mesi lo sviluppo delle attività economiche.
La seconda incognita, ossia l’inflazione, è quella che, attualmente, è al centro dell’attenzione degli economisti. In relazione alla stessa i commentatori accennano a due difficoltà. La prima riguarda la possibile durata del fenomeno. Una parte dei commentatori, basandosi sulle affermazioni delle banche centrali, afferma che l’inflazione sarà transitoria e che dovrebbe cessare con la fine del periodo pandemico. Altri, invece, sostengono che il fenomeno potrebbe durare a lungo per due ragioni. In primo luogo perché la pandemia non cesserà domani. In secondo luogo perché più la pandemia dura e più la stessa tende a modificare le attese degli operatori economici in materia di inflazione. Il fenomeno inflazionistico potrebbe quindi autoriprodursi perché il prolungarsi del periodo inflazionistico indurrà gli operatori economici ad attendere che l’inflazione continui. Questa opinione è quella che ha espresso, per esempio, di recente Carmen Reinhart, economista capo della banca mondiale, in un’intervista con la NZZ. Il secondo problema concerne il rapporto che le attuali tendenze inflazionistiche potrebbero avere con la crescita dell’economia. Per alcuni commentatori il pericolo di stagflazione è reale. Essi temono, per il futuro, non solo tassi di inflazione superiori alla norma, ma anche, come seconda difficoltà, una possibile recessione. Questi specialisti citano, come riferimento, il caso delle recessioni degli anni Settanta del passato secolo che furono per l’appunto episodi di stagnazione economica in una situazione di forte inflazione.
Come allora, anche oggi, uno dei fattori più importanti del rincaro è rappresentato dall’aumento dei prezzi del petrolio. È vero che il petrolio, nelle economie sviluppate di oggi, non è più così preminente, come vettore energetico, come lo era nelle economie industrializzate degli anni Settanta dello scorso secolo. Tuttavia un forte aumento del prezzo del petrolio può ancora agire da fattore di freno della congiuntura. Ora, se a livello internazionale, all’uscita della pandemia, la recessione dovesse imporsi è possibile che le economie sviluppate non cessino di ampliare l’offerta di moneta continuando così ad alimentare l’inflazione. La recessione con inflazione, ossia la stagflazione, è quindi un rischio che non si può trascurare, nei mesi a venire.