Inermi di fronte a tante sventure (la comunicazione globale ha ristretto il mondo) attiviamo le nostre difese: indignazione, rifiuto, indifferenza, assuefazione. In qualche modo si stacca la spina, si chiede di fermare la giostra, nella convinzione di poter lacerare le fibre di questo enorme bozzolo che tutto avvolge e soffoca, in modo da permettere, almeno per un momento, di riprendere fiato. Ma è davvero possibile la disconnessione nel nostro congestionato balcone svizzero-italiano, esposto a tutte le correnti d’aria possibili e immaginabili, da nord e da sud? Esiste da qualche parte un eremo che smorzi i cadenzati echi delle «breaking news»? No, un riparo del genere non esiste e nemmeno vale la pena di costruirlo. Meglio attrezzare le difese con le armi del raziocinio e della critica, magari riprendendo insegnamenti e avvertimenti già espressi in passato dal alcuni nostri intellettuali attivi nel settore.
È con questo spirito che abbiamo sfogliato due pubblicazioni recenti, testi che ricordano l’operato di due dirigenti radiotelevisivi di lungo corso, nati subito dopo la prima guerra mondiale: Bixio Candolfi (1919-2018) ed Eros Bellinelli (1920-2019). Una vita lunga e alacre la loro, trascorsa tra radio Monteceneri e gli studi televisivi, alla costante ricerca di un equilibrio, mai definitivamente raggiunto e fissato, tra la sfera locale e gli orizzonti globali. E non è un caso che l’espressione campeggiante su entrambe le copertine sia «confini»: Da Comologno al mondo. Bixio Candolfi senza confini, a cura di Danilo Baratti, Patrizia Candolfi, Diana Rüesch e Karin Stefanski («Cartevive» n. 60, marzo 2020); Eros Bellinelli. Oltre confini e frontiere, volume curato dai figli Luca e Matteo per le edizioni Pantarei (2021). Confini da scavalcare per non rimanere prigionieri del localismo, come invece chiedevano – e ancora chiedono a gran voce – i cultori dell’orto di casa; barriere da abbattere per far circolare aria fresca, generatrice di idee e di progetti.
La radiotelevisione è da sempre un territorio sismico, laboratorio e specchio di incessanti innovazioni tecnologiche. Ora siamo al digitale, domani chissà. Ma non sarebbe saggio, per una comunità come la nostra, gettarsi nelle braccia dell’infosfera senza aggrapparsi a qualche salvagente. Osservava Bellinelli nel dicembre del 1984, ricordando i meriti del collega-amico Candolfi che in quell’anno concludeva la sua carriera professionale alla Rtsi: «La cultura, oltre che un modo di essere, è anche un modo di fare: il rispetto della buona lingua, per esempio, senza essere inutilmente fiscali; il rispetto delle opinioni altrui, che vale per chi parla e per chi ascolta; il rispetto della competenza, che la malafede non deve permettersi di trasformare in parzialità; il rispetto della responsabilità degli operatori radiotelevisivi e anche di quelle del pubblico». Riecheggiava in queste parole anche l’esperienza, a tratti sconfortante, attraversata da entrambi negli anni 70, allorché l’ente finì sotto il fuoco incrociato della destra per bocca dell’Alleanza liberi e svizzeri e della sinistra post-Sessantotto. In quel frangente, Candolfi volle difendere con forza la linea liberale, laica e illuminata che aveva orientato l’ente fino a quel momento.
Tanti programmi, tante emissioni, da «Per i lavoratori italiani in Svizzera» (Bellinelli) alla fortunatissima «Costa dei barbari» (Candolfi). Anche dissensi e divergenze, certo. Ma senza mai rinunciare alla legge morale che ogni giornalista doveva custodire nella propria coscienza: «Rendere più abitabile questo amaro e delizioso Paese».