Ad esprimere forme di natura religiosa, quasi millenaristica, è soprattutto il popolo dei no-vax, che in Svizzera si è riunito sotto la bandiera degli «Amici della Costituzione». Attraverso sfilate e manifestazioni organizzate in tutte le principali città hanno fatto risuonare ritmicamente i campanacci della libertà («Freiheitstrychler»), combinando due elementi altamente simbolici: la lotta per la libertà («perché liberi erano i nostri padri») e il forte radicamento nella cultura agropastorale («Hirtenkultur») che ha reso unica la Confederazione. In questa cornice si sono poi inseriti altri elementi, più recenti, che riguardano tutto l’apparato mobilitato dalle autorità per contrastare la pandemia: la tecno-scienza, ritenuta troppo invasiva e poco trasparente; lo strapotere delle multinazionali del farmaco (Big Pharma), la volontà di incasellare tutti e tutte per mezzo del tracciamento sistematico (Big Data).
Ora, è vero che l’azione di contrasto al virus non ha seguito una linea retta, e che le incomprensioni sono state numerose tra la Berna federale e i cantoni, soprattutto quelli all’inizio più esposti, come il Ticino. Tuttavia va ricordato che nel marzo 2020 l’incertezza regnava sovrana, sia sulle caratteristiche dell’agente patogeno, sia sulle misure per arginarlo e debellarlo. E questo è successo in tutti i paesi del mondo. All’industria farmaceutica si possono rivolgere numerose accuse, e di fatto nel nostro paese accade regolarmente (si pensi alle rimostranze sui prezzi dei medicinali, qui molto più elevati che altrove). La ricerca sui vaccini è stata trascurata, perché considerata poco redditizia. Ma sull’efficacia dei preparati anti-Covid c’è poco da discutere, molte pillole che tutti inghiottiamo avidamente hanno effetti secondari che stando al bugiardino risultano peggiori (e sconosciuti).
Anche sul controllo, sempre più occhiuto, che le autorità esercitano sui cittadini, le buone ragioni per stare all’erta non mancano. Ma anche qui si chiama alla sbarra il vaccino, dimenticando il resto. In votazione popolare, la cittadinanza ha accettato sia il passaporto biometrico (2009), sia la sorveglianza degli assicurati (2018). Nelle piazze cittadine e nei centri commerciali le videocamere registrano ogni nostro movimento. Insomma, le restrizioni alla libertà personale sono iniziate molto prima del virus, e senza incontrare particolari resistenze. Qui, va riconosciuto, occorre tenere gli occhi bene aperti, perché la tentazione di indossare i panni del «grande fratello» è presente in molti settori della propaganda politica e dell’attività economica, soprattutto nelle grandi aziende sovranazionali che sull’estrazione e stoccaggio dei dati privati hanno costruito la loro ricchezza. Molti credono che le reti sociali di cui si fa largo uso (Facebook, Instagram, Telegram, TikTok, Twitter) appartengano alla sfera del servizio pubblico, come la nostra radiotelevisione, o come una volta le PTT. Errore: sono imprese private con sede in altri continenti, alle quali consegniamo allegramente i nostri profili e le nostre preferenze d’acquisto senza farci troppe domande sul loro utilizzo. Al cospetto il Certificato Covid sembra davvero poca cosa; in ogni caso uscirà di scena non appena verrà raggiunta l’immunità di gregge. Le reti sociali no.