L’odore della polvere e il sapore dei ricordi

by Claudia
14 Maggio 2018

Ci sono luoghi che hanno sapori, ci sono ricordi che hanno odori, ci sono libri coperti di polvere che nelle dediche racchiudono e sprigionano mondi. Lo studio di mio nonno Peter ad esempio, nel sottotetto di una casa di tre piani collegati da lunghe, eleganti scale di legno chiaro, come oggi non se ne fanno più. Scale che da piccola rendevano impossibili i furti notturni di cioccolata nella dispensa in cucina al primo piano: con il più piccolo peso o movimento i gradini scricchiolavano e ruggivano, impossibile colpire inosservati.
In quella casa in Germania, dopo due lunghi anni di assenza, mi sono ritrovata a cercare tra i ricordi bandoli di fili di un grande amore per un uomo che per me è sempre stato un amico e un maestro. Un uomo malato di Alzheimer che un giorno mi disse «Di tutto potrò dimenticarmi, ma di te non mi scorderò mai». Mio nonno era alto e bello, biondo, due occhi azzurri incorniciati in un paio di occhiali scuri, anni settanta, alla Max Frisch. Quando ridevano esprimevano più di mille sorrisi.
Ed eccomi, dicevo, seduta a terra nel suo studio impolverato, su una moquette lanosa e vecchia color gianduia, a leggere tra le sue carte e i suoi libri, i suoi diari per decidere che cosa tenere e che cosa buttare. Lo so è una parola terribile, potendo uno terrebbe tutto, anche le carte appiccicose delle caramelle, i post-it stropicciati indecifrabili che però, magari, contengono messaggi importanti. Ma la storia di una persona non si trattiene per sempre se non nel cuore e nella mente. Chissà, forse un domani i pc, le nuvole icloud, le app, ci permetteranno di tenere e contenere tutto in orbite digitali impalpabili e non avremo più bisogno di gigantesche librerie. Ma sarebbe poi questa una soluzione?
Cercare tra le cose del nonno è stato un po’ come una caccia al tesoro: faticosa, a tratti incomprensibile, a tratti triste ma sempre viva di quell’adrenalina interiore, spinta da quella vocina «continua a cercare e ti meraviglierai». La meraviglia è il sale della vita. In realtà ho inghiottito un sacco di polvere, versato molte lacrime, setacciato miriadi di foto piccine in bianco e nero testimoni di un tempo lontano e di volti sconosciuti. Per poi trovare le nostre lettere. Sì, io e mio nonno ci scrivevamo lettere, ci mandavamo poesie, biglietti di auguri, una volta per la festa del papà gli scrissi «ci vorrebbe anche una festa del nonno per festeggiare il nonno migliore del mondo». I nonni sono importanti, non c’è bisogno che sia io a dirvelo, i miei per me lo sono stati, mi hanno sempre spronata a fare ciò in cui credevo: andare a cavallo, studiare letteratura, scrivere, fare la giornalista. Mio nonno era caporedattore di una radio pubblica, nel suo programma si occupava di agricoltura, ambiente, politica agraria e società. È sempre stato l’intellettuale di famiglia ma ciò che più amavo erano la sua umanità, la sua tolleranza, la sua apertura mentale e la sua generosità. Chissà, forse oggi i giovani scrivono ai loro nonni delle email, anche io lo facevo negli ultimi anni. Era più veloce, più diretto. Ma i messaggi erano anche più brevi «ciao come state? Vi voglio bene», poi tanto ci si telefonava, ormai c’erano i cellulari.
Uno dei miei ultimi collegamenti radiofonici in diretta, due settimane fa, l’ho fatto seduta alla sua scrivania. Davanti a me la sua foto in un campo di frumento e un foglietto scritto a mano in cui cita Voltaire «Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo». Mio nonno è stato per me un grande uomo, un mentore e poterlo rivivere ancora una volta attraverso le sue pagine scritte, gli odori dei suoi libri, i passaggi evidenziati in giallo, la polvere dei suoi diari, tratti di calligrafia scomposta e indecifrabile, è stato come incontrarlo ancora una volta. Il digitale e le nuove tecnologie hanno delle potenzialità incredibili ma qui, nel cuore e sottopelle, negli angoli nascosti del labirinto umano, dove non esistono cartelle, file e collegamenti wi-fi, non arriveranno mai.