Letteratura â—† Scrittori e studiosi hanno rievocato a Bologna la figura del grande scrittore italiano, scomparso lo scorso 3 gennaio
Potrà sembrare un po’ fuori tema o fuori luogo, ma prima di prendere parte alla manifestazione in ricordo dello scrittore italiano Gianni Celati, iniziativa che si è tenuta a Bologna in Sala Borsa lo scorso 21 gennaio, chi scrive ha avuto l’idea di passare un momento a dare un’occhiata alla Casa-museo di Giosuè Carducci. In particolare, colpisce il visitatore il giardino commemorativo, imponente, monumentale, costruito lì a fianco. Oggi pare completamente inutile e grottesco e dà l’idea di quanto transitoria possa essere la gloria letteraria.
Confrontare i due scrittori è sicuramente assurdo, ma l’associazione di idee nata per istinto forse fornisce qualche spunto di riflessione. Nell’enorme differenza, culturale e personale, delle due fisionomie è quasi divertente andare a cercare analogie e richiami, in un gioco di rispecchiamenti e rifrazioni a un secolo di distanza.
Ma torniamo all’omaggio ufficiale a Celati. L’atmosfera che si respirava nella bella sala liberty bolognese era triste ma lucida. Il momento di ricordo promosso da Ermanno Cavazzoni e da altri amici di Celati era del tutto privo di retorica e commozione di circostanza. Occorre dire che in conseguenza della lunga malattia di cui Celati soffriva, da tempo la sua figura era assente dalla scena culturale.
Cavazzoni si è assunto quindi il compito di ripercorrere la carriera di Celati con un affettuoso ritratto cronologico, arricchito anche da significative fotografie e da video. Il ritratto ha offerto ai presenti un quadro generale della multiforme attività dello scrittore, della sua vivacità e attitudine a infrangere ogni barriera, ogni convenzione, letteraria, sociale e accademica. «Celati era uno che scappava; quando le cose si stabilizzavano a lui gli veniva da scappare»: con questa frase scherzosa lo scrittore emiliano ha descritto l’irrequietezza dell’amico. Un’attitudine che l’ha portato più volte a rimettere in discussione la propria vita.
Così per la la sua carriera universitaria: aveva rinunciato alla docenza al Dams perché non gli era stato concesso un anno sabbatico. Studioso di una levatura straordinaria (testimone in questo senso l’apprezzamento e l’affetto che Italo Calvino gli aveva dimostrato), Celati ha gestito le sue doti in modo anticonvenzionale e libero. Cavazzoni ha voluto in questo senso citare le parole rivolte da Celati agli allievi in chiusura del suo corso al Politecnico di Zurigo, qualche anno fa: «Chi me l’ha fatto fare di stare sui libri quarant’anni? Non lo so, mi è sembrato il modo meno indecente di stare al mondo».
Alla testimonianza di Cavazzoni sono seguiti poi gli interventi di amici e collaboratori di Celati. Molto sentito il ricordo di Carlo Ginzburg che ha letto una lettera inedita scrittagli dall’amico in cui lo esortava a partecipare a un’iniziativa editoriale. Lettera molto significativa che sottolineava di nuovo l’attenzione precisa verso il mondo della ricerca manifestato da Celati.
Hanno parlato in seguito Marco Belpoliti che, con ragione ha invitato a leggere il carteggio tra Celati e Daniele Benati (https://site.unibo.it/griseldaonline/it/gianni-celati/) in cui si coglie un’angolatura diversa della sua personalità , quella del «conversatore». Lo stesso Benati ha proposto un testo da lui scritto in occasione di un passato compleanno di Celati: la descrizione grottesca di una loro passeggiata invernale attraverso la cittadina inglese in cui entrambi abitavano e insegnavano. Jean Talon, dal canto suo, ha ricordato uno dei viaggi in Africa compiuto con Celati (raccontato in Avventure in Africa) e ha proposto la lettura del significativo Esercizio autobiografico in 2000 battute che è un esempio perfetto dell’understatement ironico di Celati. La studiosa Nunzia Palmieri (che insieme a Belpoliti ha curato il Meridiano Mondadori celatiano), ha poi condiviso i suoi ricordi circa l’avventurosa preparazione di una lettura pubblica dei celebri «poemi» di Vecchiatto, organizzata insieme a Celati qualche anno fa. Significativo e divertente, il ricordo conclusivo dello scrittore Ugo Cornia: «Senza Celati sarei una persona diversa e non avrei fatto varie cose che ho fatto nella mia vita. Direi che Celati è stato per me lo stupefacente più potente (non che ne usi molti): direi che mi ha aperto il pensiero».
Proprio questo ricordo di Cornia, così sintetico ed efficace, ci permette una considerazione finale. Ricordare Celati significa apprezzare il suo ruolo di «maître à penser», cioè il contributo che ha dato a una generazione di scrittori e studiosi, di cui ha orientato il modo di vedere il mondo: un’attenzione disincantata alla realtà , ma permeata da uno sguardo poetico, come nelle foto dell’amico Ghirri. Un atteggiamento concreto, impegnato, da animatore culturale (si pensi ai suoi ormai imprescindibili Narratori delle riserve). Un lavoro di rinnovamento e apertura che ha, senza dubbio alcuno, imposto una svolta alla letteratura italiana di fine 900. In questo senso, e fatte le debite differenze, sembra un po’ meno peregrino accostare la sua figura a quella di Carducci. Anche se entrambi inorridirebbero all’idea…




