A prima vista sembra destinato a scomparire un altro classico del repertorio abitudini familiari. Stiamo parlando, appunto, del pranzo dei giorni festivi, fino a un paio di decenni fa, un rito intoccabile, in cui piacere e dovere avevano, ognuno, la propria parte. Quella tavola, imbandita con cibi di lunga cottura e lunga digestione, era stata, già allora, un motivo di scontro generazionale. Insomma, delizia o croce, a seconda dell’età : un lento godimento apprezzato dagli anziani e, per i giovani, indifferenti ai valori gastronomici, un tempo sprecato, sottratto a ben altri svaghi e occupazioni. Che però, attraverso le innumerevoli seduzioni di un nuovo consumismo, hanno avuto la meglio, accelerando una sostituzione di gusti e usi, di cui il pranzo domenicale rappresenta la prima vittima, addirittura il simbolo di un cambiamento forse irreversibile. Ancora da decifrare in tutti i suoi effetti, visibili o nascosti, reali o illusori.
Certo la nuova immagine di giornate festive dove, dalla tavola e dal divano di casa, ci si è trasferiti nelle palestre, nelle piscine, sulle piste ciclabili, sui sentieri di montagna, sembra confermare il pieno successo di una buona causa. Alla pigrizia, alla golosità , all’isolamento, si sono, via via, preferiti l’attività fisica, l’alimentazione ipocalorica, il contatto con la natura, il bisogno di condividere con gli altri un’esperienza cosiddetta d’aggregazione. Di fronte a questo quadro esemplare, sul piano dei comportamenti materiali e dei principi etici, può sembrare inopportuno, persino offensivo, affacciare, sia pure scherzosamente, qualche dubbio. Tuttavia, le cronache di quelli che, oggi, ambiziosamente si chiamano eventi, e cioè gite di associazioni varie, gare di marcia e di corse a piedi, per adulti e bambini, ascese e discese su percorsi d’ogni grado di difficoltà , stanno rivelando le contraddizioni, forse i rischi, inevitabili quando una proposta ideale si traduce in realtà quotidiana.
Qui, però, si tocca un tema delicato, ma concreto. In pratica tutte queste manifestazioni, che fanno capo a motivazioni salutistiche, a un’autodisciplina alimentare, all’utilità della fatica, alla necessità di mettersi in gioco, prevedono, ovviamente, una sosta di ristoro. Durante la quale, stando appunto alle immagini televisive e alle stesse dichiarazioni dei partecipanti, le buone intenzioni vengono apertamente smentite. Si tratta, piuttosto, di vere e proprie abbuffate con cibi che, saranno genuini, ma in quanto a calorie non scherzano: salumi, formaggi dell’alpe, risotti e persino un pezzo forte della tradizione d’antan: la «pulenta cunscia», esaltata da un podista, sotto l’ombrello.
Tutto ciò al di là di scontate ironie e del pericolo di passare per un bastian contrario snob, per dire che, sul piano gastronomico, gli spuntini dei podisti e ciclisti della domenica non hanno nulla da invidiare, in quanto a sapori e spessori, ai pranzi domenicali di vecchia memoria. E se, allora, erano imposti dalla disciplina familiare, adesso dipendono da influssi di tipo sociale e commerciale, che sono nell’aria. Cioè dai condizionamenti della moda che guida sempre le scelte limitando lo spazio della nostra libertà . Ma la contraddizione più macroscopica, in questo discorso, concerne la famosa, giustamente difesa, genuinità dei cibi, in particolare di quelli esibiti dalle bancarelle che, ormai, invadono regolarmente le strade delle città . A Lugano, si sono appena concluse le giornate dello «Street Food», mentre a Milano è in arrivo la settimana «Food City». Occasioni promosse anche con intenti educativi: imparare a nutrirsi meglio, attribuendo, possibilmente, un significato anche morale e politico ai cibi, dando la preferenza ai prodotti locali, che evitano gli effetti negativi dei lunghi trasporti, ma, in pari tempo, sostenendo l’agricoltura dei paesi in via di sviluppo: qui, sta la trappola di un inganno. Serve, insomma, una netta distinzione. La bancarella non è sinonimo di cibo di casa nostra. Comunque, qui ci si addentra in un argomento di grande, anzi eccessiva attualità . Mai, come oggi, si era tanto parlato di cucina, gastronomia, enologia, affidandosi a figure addirittura carismatiche, i grandi chef, che hanno soppiantato gli stilisti. Intanto, continuano ad affacciarsi nuove tendenze: dopo vegetariani e vegani, è la volta dei cuochi che puntano sulla cucina a base d’insetti. Per il momento, i consumatori ticinesi esitano.
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