Anche in medicina le parole contano

by Claudia
25 Febbraio 2019

Nell’era della comunicazione di massa, dove la tecnologia ha annullato le distanze fra interlocutori lontani, permangono zone stranamente silenziose, fra vicini che non riescono a intendersi. E succede proprio in situazioni d’emergenza, qual è la malattia quando, chi chiede una cura non entra in sintonia con chi la presta. Questione, insomma, di parole discordanti: quelle del paziente, che racconta il suo disagio, e quelle del medico, che spiega i suoi rimedi. Esprimono, infatti, due interpretazioni diverse della stessa realtà, vissuta sulla propria pelle, e quindi emotivamente, dal malato, e, invece osservata con distacco professionale, e quindi razionalmente, dal terapeuta. Secondo un recente sondaggio, la maggioranza degli americani affronta la visita medica con imbarazzo, soggezione e timore   
Ma, ecco finalmente una buona notizia: l’avvicinamento dei partner, coinvolti nell’emergenza malattia, è possibile. Lo sta dimostrando l’esperienza, ormai ventennale, dei seminari, organizzati a Lugano, dalla Fondazione di ricerca psiconcologica e dall’Associazione di volontariato Triangolo, di cui sono stata diretta testimone: li ho seguiti quasi tutti e, per il mestiere che faccio, incuriosita in particolare dall’evoluzione del linguaggio. Si è, insomma, saputo fare di necessità virtù. Non si trattava, certo, di banalizzare i contenuti scientifici dei nuovi traguardi di una medicina tecnologicizzata, bensì di definirli usando termini che hanno corso nella parlata attuale, all’insegna della chiarezza e della comunicabilità. Abbattendo, per cominciare, la barriera del «medichese», quel gergo, paragonabile al vecchio latino, che apparteneva, fino a pochi decenni fa, allo status symbol, professionale e sociale del «signor dottore», depositario del sapere e dell’autorevolezza. D’altro canto, il paziente, cliccando Internet e sbirciando rubriche di divulgazione salutista, si è costruito una presunta competenza in materia, elaborando la propria diagnosi da contrapporre a quella medica. Ciò che, a prima vista, può passare per una conquista democratica, dando voce a tutti, in pratica ha comportato il rischio di malintesi e derive.
La caduta del potere assoluto del medico, quale esponente dell’ufficialità, ha favorito l’avanzata della variopinta categoria degli alternativi. Sotto etichette diverse, vanno proponendo, con successo, esercizi fisici e spirituali, diete, tisane, e via enumerando rimedi che promettono salute, giovinezza, serenità, a iosa. Ancora una volta, è questione di parole che seducono e attecchiscono trovando un terreno particolarmente ricettivo, in un periodo in cui i poteri costituiti, le ideologie tradizionali, le cosiddette caste sono sotto processo.  
Si sta assistendo, esaminando appunto il linguaggio, a due filoni che si muovono in direzioni opposte. Frequentando i citati seminari ho avuto modo di constatare il bisogno e la capacità, da parte della medicina ufficiale, di mettersi in discussione, di riconoscere i propri limiti, di coltivare la virtù del dubbio. Il più delle volte, com’è successo anche quest’anno con il tema «Trattare il dolore o curare il malato?», si proponeva un interrogativo. A cui rispondere valutando i pro e i contro che, spesso, accompagnano una terapia o un farmaco. Per dirla con Giancarlo Dillena, che in questi incontri svolge la funzione di «avvocato del diavolo»: «La pastiglia magica non è ancora stata scoperta». In realtà, proprio nell’ambito del dolore ci si muove su un terreno scivoloso, aperto a interventi miracolistici, sfruttati da guaritori, manipolatori e sciamani vari. 
In definitiva, è precisamente l’uso delle parole che stabilisce la linea di demarcazione fra scienza e parascienza, fra lealtà e inganno. Da un lato, seri ricercatori ammettono le lacune del loro lavoro e si arrendono all’inevitabilità delle sconfitte. E non nascondono, neppure, la difficoltà di spiegare fenomeni come l’effetto placebo: basato su un’illusione, che rimane tale. Dall’altro il trionfalismo compatto, mai sfiorato da titubanze e scetticismo, di quelli che vendono la loro merce contando su una diffusa creduloneria. Come, aveva osservato il filosofo Sini, in un precedente seminario, «vanno scomparendo i credenti, sostituiti però dai creduloni».