Brasile: verso la fine di un’epoca

by azione azione
4 Novembre 2026

Democrazia, Amazzonia, economia e ruolo internazionale. Antonella Mori analizza le sfide che attendono Lula

Lula è stato rieletto e si appresta a governare il Brasile per altri quattro anni. Ma a 81 anni si comincia inevitabilmente a pensare a chi potrà raccoglierne il testimone. Sul fronte opposto, la fuga di Flávio Bolsonaro alimenta i dubbi sulla tenuta del bolsonarismo. Il Paese sta insomma entrando in una nuova fase politica? Lo abbiamo chiesto ad Antonella Mori, responsabile del Programma America Latina dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e docente di Macroeconomia all’Università Bocconi di Milano.

«Il Paese rimane diviso: una metà si riconosce nell’area di centro-sinistra, l’altra nel centro-destra», esordisce. «Lula è una presenza dominante nella politica brasiliana da oltre trent’anni. Bolsonaro, prima dell’elezione alla presidenza nel 2018, era invece una figura di secondo piano. Il bolsonarismo si è affermato attorno alla sua figura e a quella della sua famiglia. La fuga di Flávio dopo il voto, legata anche al timore dei procedimenti giudiziari già in corso, segna, se non la fine del bolsonarismo, quantomeno un suo forte indebolimento. Infatti all’interno della famiglia Bolsonaro, come figura di spicco, nel Paese rimane sostanzialmente solo la moglie dell’ex presidente, Michelle. La destra brasiliana però resta solida ed è probabile che emerga una leadership diversa. Molti analisti ritengono che possa acquisire più peso Tarcísio de Freitas, governatore dello Stato di San Paolo ed ex ministro di Bolsonaro».

Anche Lula deve cominciare a pensare al futuro…

Per Luiz Inácio da Silva è molto chiaro che questo sarà l’ultimo mandato. La Costituzione brasiliana non consente più di due mandati consecutivi e quindi alle prossime elezioni non potrà ricandidarsi. Considerata anche la sua età, è difficile immaginare un suo ritorno sulla scena politica nazionale negli anni successivi. Per questo uno dei compiti più importanti che lo attendono sarà preparare una nuova leadership. Finora Lula ha dimostrato di essere il principale punto di riferimento del campo progressista brasiliano. Anche questa vittoria elettorale lo conferma: certo, alle sue spalle c’è un partito organizzato e una solida macchina elettorale, ma il successo è legato soprattutto alla sua figura. La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi individuare qualcuno capace di raccoglierne il testimone e mantenere unito quel campo politico quando lui non ci sarà.

Lula è stato costretto ad affrontare il tema della successione già dopo i suoi primi due mandati.

Già e aveva indicato Dilma Rousseff come candidata alla presidenza. Lei ha vinto anche grazie al suo sostegno, ma poi non si è rivelata all’altezza. Da allora Lula non ha più costruito una vera alternativa alla propria leadership. In parte perché non ne aveva bisogno: sapeva di potersi ricandidare. Ma oggi, come detto, la situazione è diversa.

Di che stato di salute gode la democrazia brasiliana? Nel 2023 ha superato una prova importante, resistendo all’assalto alle istituzioni da parte dei sostenitori di Bolsonaro.

Bisogna innanzitutto capire che cosa si intende per “salute della democrazia”. Se pensiamo a temi come la violenza, la corruzione o il rispetto dei diritti umani, il Brasile presenta ancora problemi molto seri. Se però guardiamo al funzionamento delle istituzioni democratiche e del processo elettorale, credo che abbia dimostrato una certa solidità. Lo si è visto già nel 2023 e anche le ultime elezioni mostrano che il sistema tiene. Al primo turno Flávio Bolsonaro aveva ottenuto più voti, ma nelle settimane successive si è svolta una campagna elettorale molto intensa che ha portato Lula a recuperare terreno. Milioni di brasiliani che non avevano votato al primo turno sono stati mobilitati per il secondo. Questo è il segnale di una democrazia che funziona. Flávio Bolsonaro non ha riconosciuto la sconfitta ma il suo partito ha accettato il risultato e la vittoria di Lula. Anche questo è un elemento importante da considerare.

Quale sarà la principale sfida economica del Brasile nel prossimo decennio?

La sfida economica più importante, e forse anche la più difficile, riguarda i conti pubblici. In questo momento la dinamica del debito pubblico è preoccupante perché continua a crescere. Una parte rilevante di questa crescita è legata al costo degli interessi: il Brasile si trova infatti a gestire uno stock di debito elevato e tassi d’interesse ancora molto alti. In questo contesto, anche la politica fiscale ha margini limitati. Intervenire attraverso una riduzione della spesa pubblica o un aumento delle imposte non basta a risolvere il problema e può avere effetti negativi sull’economia. La vera sfida sarà quindi riportare i conti pubblici su un sentiero di sostenibilità senza imporre un’austerità eccessiva che rischierebbe di frenare la crescita o provocare una recessione. Una scelta che, peraltro, sarebbe difficilmente compatibile con il programma politico di Lula.

D’altra parte, nemmeno il presidente potrà permettersi una politica di forte espansione della spesa pubblica. I mercati hanno già dimostrato di reagire negativamente a prospettive di maggior disavanzo, con il rischio di un aumento del costo del debito e degli interessi da pagare. La difficoltà principale dei prossimi anni sarà dunque trovare un equilibrio: gestire la politica fiscale, tra spesa pubblica e tassazione, in modo da riportare il Paese verso una traiettoria sostenibile dei conti pubblici senza compromettere la crescita e la coesione sociale.

Il Brasile riesce a sfruttare a proprio vantaggio le risorse di cui dispone?

Il Brasile è ricchissimo di risorse. Ha risorse energetiche, minerali, metalli e produzioni agricole: come dice Lula, è un Paese «benedetto da Dio». Una parte di questa ricchezza, però, non viene ancora sfruttata in modo tale da permettere ai brasiliani di beneficiarne in pieno. Quando un Paese esporta soprattutto materie prime con pochissima trasformazione industriale, infatti, cattura solo una parte limitata del valore generato da quelle risorse. Uno degli obiettivi di Lula è proprio sviluppare un’industria in grado di trasformare queste materie prime sul territorio nazionale, aggiungendo valore alle produzioni e facendo sì che una quota maggiore della ricchezza rimanga in Brasile. L’idea è farlo anche attraverso gli investimenti diretti esteri, che possono portare capitale, tecnologia e know-how. Questa sarà un’altra importante sfida che Lula dovrà affrontare sul piano della politica industriale.

Tra Stati Uniti, Cina e BRICS, quale strategia sta seguendo il Brasile per accrescere la propria influenza internazionale?

Il Paese ha già una buona rilevanza sulla scena internazionale. A seconda degli anni è la decima o undicesima economia del mondo e fa parte del G20 e dei BRICS (gruppo di grandi economie emergenti guidato da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Lula vuole rafforzare il ruolo del Brasile in quello che considera un mondo multipolare, nel quale Brasilia possa agire come attore autonomo senza dover scegliere tra Cina, Usa o Ue. Da anni comunque la Cina è il principale partner commerciale del Brasile. Allo stesso tempo, però, gli Stati Uniti restano una presenza economica fondamentale, sia sul fronte degli investimenti diretti sia negli scambi commerciali. E c’è anche l’Europa. La strategia di Lula sarà quella di mantenere aperti questi canali e coltivare buone relazioni con tutti i principali partner internazionali (interessati alle risorse naturali e materie prime). Un Brasile guidato da Bolsonaro sarebbe stato molto più orientato verso Washington.

Si aprirà a breve la COP31. A un anno dalla COP30 ospitata dal Brasile, che bilancio si può fare delle politiche ambientali di Brasilia?

La deforestazione dell’Amazzonia negli ultimi dodici mesi è scesa ai livelli più bassi registrati da molti anni. Da questo punto di vista il bilancio è positivo e la politica ambientale di Lula è stata più «seria» di quella portata avanti da Bolsonaro. Restano però alcuni aspetti controversi. Il Brasile dispone di una matrice energetica relativamente «pulita» per quanto riguarda la produzione e il consumo interno di energia. Allo stesso tempo, però, è un Paese ricco di petrolio e negli ultimi anni ha ripreso a investire nell’estrazione e nell’esportazione di questa risorsa. Sta insomma sfruttando una ricchezza che possiede e che il mercato mondiale richiede. È una posizione ritenuta contraddittoria, perché da una parte si promuovono la tutela dell’ambiente e la lotta al cambiamento climatico, mentre dall’altra si continua a puntare sui combustibili fossili. Io ritengo che non si possa colpevolizzare oltre misura un’economia emergente, con forti disuguaglianze e livelli di povertà elevati, che cerca di valorizzare le sue risorse naturali.

Lula può ancora rappresentare un modello alternativo per l’America Latina?

In America Latina si è assistito a un significativo ritorno delle destre e delle forze di centro-destra in diversi Paesi, dall’Argentina all’Ecuador fino al Cile. Tuttavia Governi progressisti restano al potere ad esempio in Brasile, Messico e Uruguay. La vittoria di Lula è un segnale positivo per la tutela dell’Amazzonia e la lotta ai cambiamenti climatici. Ma dimostra anche che i cittadini possono ancora incidere sulla vita politica. Lo si vede pure in Serbia: la partecipazione democratica, nelle urne come nelle piazze, continua a fare la differenza.