Racconto autobiografico. con «Volo a vela», Casagrande traduce l’adolescenza di Blaise Cendrars a Neuchâtel, quando lo stesso era già insofferente alla famiglia
Solitamente, se si parla di scrittori svizzeri, i nomi che si affacciano sono quelli di Frisch e Dürrenmatt, classici del Novecento la cui notorietà è decisamente ampia. Seguono poi altri, come quello di Robert Walser, antesignano di Franz Kafka, o, se si pensa all’italiano, Plinio Martini, il cui Il fondo del sacco, sorta di intramontabile best-seller ticinese, credo non manchi nelle biblioteche di molti. Ma, come ha giustamente notato Andrea Cortellessa in un suo recente articolo per «Lucy», se si tirano in ballo i classici vero è che la letteratura elvetica ha partorito un autentico e imprendibile «gigante» il cui nome, finalmente, in tempi recenti è tornato alla ribalta dell’editoria italofona: stiamo parlando di Blaise Cendrars (La Chaux-de-Fonds, 1887 – Parigi, 1961), autore la cui forza e spirito sono assimilabili a quelli di un Céline – il quale decisamente non lo amava – o di un Curzio Malaparte, da lui stimato al punto da dedicargli un capitolo di uno dei suoi tanti libri (Bourlinguer. Storie di porti, Lamantica Edizioni, 2025).
Quindicenne, il Cendrars narrativo, presentauna serie di personaggi di cui si fa beffe grazie all’irriverenza dell’età e all’inventiva del suospirito avventuriero
Esasperatamente ammirato da Henry Miller (si vedano le pagine de I libri della mia vita, Adelphi, 2014) e di profondo impatto su un poeta-cardine quale Guillaume Apollinaire, Cendrars – pseudonimo dietro al quale si nasconde Frédéric Louis Sauser – esordì in poesia i primi del Novecento distinguendosi, quasi senza volerlo, come uno degli inventori della lirica moderna, a cavallo fra il simbolismo di seconda generazione e le avanguardie a cui sempre si sottrasse in nome della non-artificiosità, del proprio richiamo alla pura vita.
Successivamente fu autore di romanzi, saggi, reportage e scritti di ispirazione autobiografica coi quali alimentò il mito di una personale epopea fondata sull’erranza, su una strafottente fierezza e sulla concretezza di un mondo esplorato in lungo e in largo.
Ciò detto, mentre Einaudi ripubblica la versione di Caproni del suo La mano mozza, romanzo in cui riporta l’esperienza di volontario che gli costò il braccio destro nel corso della Grande Guerra (caso molto simile a quello di Paul Wittgenstein, fratello del noto filosofo Ludwig, per il quale Ravel scrisse il Concerto in re per la mano sinistra), e Interno Poesia propone integralmente i testi-callages di Kodak (documentario), anche le Edizioni Casagrande partecipano alla «riscoperta» di Cendrars con Volo a vela.
Racconto autobiografico (2025), volumetto di una settantina di pagine in cui a fuoco è l’adolescenza neuchâteloise dello scrittore. La traduzione è affidata alle cure di Riccardo Lombardo e Luciana Cisbani, nell’ambito di un programma sovvenzionato dalla Fondazione Pro Helvetia.
Cendrars realizzò lo scritto fra il 1930 e il 1931, su invito della casa editrice Payot di Losanna. A questo sarebbe dovuto succedere un seguito, intitolato Un début dans la vie, ma non risulta essercene traccia. Il racconto ha un sottotitolo, che scomparirà nella seconda edizione (Guilde du Livre, 1960): prochronie, neologismo col quale l’autore indica il proprio personalissimo uso della struttura temporale all’interno delle sue memorie. Memorie che, in verità, esattamente memorie non sono, poiché in esse la tendenza alla trasfigurazione fa sì che fantasia e realtà si mescolino, come nel caso de La pelle del sopraccitato Malaparte.
Protagonista è un Cendrars quindicenne, che si prepara a fuggire di casa per inaugurare la propria eterna stagione di girovago. Un po’ Rimbaud e un po’ giovane Holden (come sempre, lo scrittore è decisamente in anticipo sui tempi), questi ci presenta una carrellata di personaggi di cui si fa beffe con l’irriverenza dell’età e l’inventiva del suo spirito avventuriero. Il mondo degli adulti, ai suoi occhi, è caratterizzato dalla fragilità, specialmente nella figura del padre, di cui tratteggia un impietoso e non poco sadico ritratto: «contavo (…) molto più sulla ben nota debolezza di papà, che tutti sapevano sfruttare così bene, anziché sulla mia arroganza; perché quel gran bonaccione di mio padre era prima di tutto un debole e come molti colossi obesi (…) si lasciava menare per il naso tanto da non riuscire a dire di no a nessuno» (divertentissima è la descrizione del genitore quando, di fronte al figlio che impugna una sigaretta sciorinando le bravate commesse, trasecolato esclama: «“Tu fumi?”»).
Non molto diversamente ne esce la madre, nella quale tutto ha sempre «un non so che di teso, di impacciato», specie quando, col fine di far ravvedere il ragazzo dalle sregolatezze – clandestini viaggi in moto, illecite frequentazioni, debiti – come un intimidito esorcista gli oppone i versi ammonitori di Alfred De Musset. Insomma, per Cendrars la famiglia è decisamente un’istituzione traballante, incapace di esercitare qualsivoglia dominio sulla sua persona (riconosce il suo debito verso la biblioteca paterna, dove si rinchiudeva «per leggere di nascosto tutti i libri proibiti»): «la famiglia», scrive, «a meno di non tagliare i ponti, è un malinteso che non fa altro che esacerbarsi a furia di rattoppi, ed evviva i soviet, se è vero come dicono che l’hanno ufficialmente e legalmente distrutta!».
Al di là degli altri personaggi che Cendrars tira in ballo – il mercante Rogovine, l’estroso organista Hess-Rüetschi – è proprio il rapporto con queste figure parentali incerte a rendere interessante e, direi, a suo modo anche attuale, la traduzione di Volo a vela: nell’adolescente descritto, chi ha quindici anni oggi potrebbe trovare qualche corrispondenza, visto il perenne fare acqua di istituzioni di riferimento un tempo indiscusse (i genitori, la scuola, eccetera). Certo vi è una sostanziale differenza di epoca e contesto: la ribellione del giovane Cendrars, che pure conoscerà l’orrore spartiacque della guerra, era ancora desiderante, tesa verso il linguaggio e le sue infinite potenzialità; quella di chi oggi è ragazzo al tempo del genocidio online e dell’iperconsumismo a portata di click, nel linguaggio faticherà a trovare appigli sufficientemente solidi ad aprire una strada lungo il baratro della contemporaneità.
